I See Buildings Fall Like Lightning conquista il premio al miglior film. A Paolo Pierobon e Anthony Boyle il riconoscimento per l’interpretazione maschile, mentre il premio degli spettatori va ex aequo a Rafiki Fariala e Kasia Smutniak.
Il palmarès della Festa del Cinema di Roma 2026 offre più di un punto d’ingresso. La giuria premia I See Buildings Fall Like Lightning di Clio Barnard; gli spettatori scelgono, ex aequo, Congo Boy di Rafiki Fariala e Mustang di Kasia Smutniak. Tre titoli diversi dai quali partire per orientarsi fra le opere della ventunesima edizione.
La cerimonia di premiazione si è svolta il 24 ottobre alla Sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone. A presiedere la giuria di Progressive Cinema è stato Jan Komasa. Più che trasformare ogni premio in una sentenza definitiva, il risultato può essere letto come una selezione di percorsi da approfondire.
I See Buildings Fall Like Lightning segue un gruppo di amici cresciuti a Birmingham. All’età adulta i progetti condivisi devono fare i conti con condizioni molto diverse da quelle immaginate. Nel cast figurano Anthony Boyle, Joe Cole, Jay Lycurgo, Daryl McCormack e Lola Petticrew; la sceneggiatura di Enda Walsh nasce dal romanzo di Keiran Goddard.
Nelle note di regia pubblicate dal festival, Barnard spiega la scelta di radicare il racconto nel luogo in cui è cresciuto l’autore e richiama il rapporto con le comunità coinvolte nel lavoro. È una dichiarazione di metodo che aiuta a capire la prospettiva del progetto: partire da condizioni specifiche per interrogare dinamiche più ampie.
Il riconoscimento al film porta al centro dell’attenzione quel rapporto fra ambiente, appartenenza e possibilità individuali. Anthony Boyle riceve inoltre il premio per la migliore interpretazione maschile, condiviso con Paolo Pierobon per Brianza.
Il Premio del Pubblico Terna va a Congo Boy e Mustang. Per Rafiki Fariala si aggiunge al riconoscimento della giuria per la regia. È un punto d’incontro fra due forme di valutazione diverse: il voto degli spettatori e la scelta dei professionisti chiamati a giudicare il concorso.
L’ex aequo non dimostra che tutto il pubblico del festival abbia avuto un’unica preferenza. Indica l’esito della votazione prevista per i titoli in competizione. Tenere presente questa distinzione aiuta a leggere i premi con curiosità, senza trasformarli in graduatorie assolute.
Mustang apre invece un percorso nel cinema del reale attraverso una storia familiare che incontra una comunità lontana. Il documentario di Smutniak riprende il viaggio nel Nepal compiuto con Pietro Taricone nel 2003 e il legame costruito negli anni con quel territorio. La voce di Sophie accompagna il passaggio fra generazioni.
Nelle note ufficiali di Mustang, Smutniak racconta che le prime riprese precedono di molti anni il progetto del documentario. Il ritorno di Sophie con la videocamera del padre introduce un nuovo sguardo su quell’archivio.
È un elemento particolarmente interessante per chi lavora con le immagini. Un filmato familiare può cambiare significato quando viene riguardato da un’altra persona, in un altro momento. La registrazione conserva qualcosa; il montaggio, la voce e la distanza temporale lo interrogano nuovamente.
Questo non autorizza a dedurre il valore di un’opera dalla sua origine privata. Offre però una chiave per avvicinarla: osservare come il racconto attraversi il confine fra memoria personale e storia condivisa, e quale spazio lasci alle persone incontrate lungo il viaggio.
Il Gran Premio della Giuria va a The Life and Deaths of Wilson Shedd di Tim Blake Nelson. Victoria Luengo, per Sants, riceve il premio per l’interpretazione femminile; la sceneggiatura premiata è quella di Ceniza en la boca, firmata da Abia Castillo, Diego Rabasa e Diego Luna.
Il premio alla migliore opera prima viene assegnato a Clementine Orange di Lisa Forslund. Dans la gueule de l’ogre di Mahsa Karampour ottiene quello al miglior documentario, con una menzione per Un hiver russe di Patric Chiha.
Il modo più utile di conservare un palmarès è forse trattarlo come una mappa. Segnare i titoli, seguire le successive distribuzioni, tornare sui film quando diventano accessibili. I premi concentrano l’attenzione per una sera; il lavoro di un festival continua nella possibilità che quelle opere trovino altri spettatori.