Il nuovo film di Alejandro G. Iñárritu divide la critica, porta Tom Cruise lontano dall’action e debutta al botteghino molto al di sotto delle dimensioni del suo budget. Ma liquidarlo come un semplice flop sarebbe probabilmente troppo facile.
Prima ancora di stabilire se Digger sia un grande film o un gigantesco esercizio di stile, Hollywood ha già cominciato a fare i conti. Il nuovo lavoro di Alejandro G. Iñárritu, arrivato nelle sale italiane il 1° ottobre, sarebbe costato secondo diverse ricostruzioni tra i 160 e i 180 milioni di dollari, mentre il debutto nordamericano si è fermato attorno agli 8 milioni, con circa altri 12 milioni raccolti inizialmente sui mercati internazionali. Numeri che hanno immediatamente trasformato il film in uno dei casi industriali dell’anno e che rendono quasi involontariamente perfetto lo slogan della campagna italiana: “Evita la catastrofe. O ti scavi la fossa.”
Ma ridurre Digger alla cronaca di un insuccesso economico significherebbe probabilmente perdere la parte più interessante dell’operazione. Iñárritu realizza infatti un film che sembra programmato per dividere: eccessivo, grottesco, politicamente aggressivo, visivamente monumentale e spesso deliberatamente sgradevole. Al centro c’è Tom Cruise, trasformato in Digger Rockwell, un magnate del petrolio texano che ha contribuito a provocare una catastrofe ambientale e che pretende, nonostante tutto, di presentarsi come l’uomo capace di salvare il mondo. Una figura insieme ridicola e inquietante, incarnazione di quella forma di potere che continua a occupare il centro della scena anche quando dovrebbe essere chiamata a rispondere dei propri errori.
È probabilmente questo uno degli aspetti più riusciti del film. Cruise abbandona l’immagine dell’uomo che corre, salta dagli aerei e risolve fisicamente ogni problema per interpretare qualcuno che, questa volta, non può controllare ciò che ha messo in movimento. Iñárritu utilizza la sua immagine pubblica quasi contro di lui: l’attore cinematografico forse più identificato con la capacità di superare qualsiasi ostacolo diventa il volto di un uomo convinto che denaro, influenza e spettacolo possano ancora correggere una realtà ormai sfuggita di mano.
Intorno a lui Iñárritu costruisce qualcosa che sta tra black comedy, film apocalittico e satira politica. Il riferimento più immediato è inevitabilmente Il dottor Stranamore, anche se il regista messicano utilizza strumenti completamente diversi da Kubrick: meno sottrazione, più accumulo; meno freddezza, più vertigine. Il film lavora sulla post-verità, sulla crisi climatica, sul narcisismo del potere e sulla nostra incapacità di riconoscere la catastrofe anche quando è ormai davanti agli occhi.
E qui cominciano anche i problemi. Perché Digger vuole contenere moltissimo. La crisi climatica, il capitalismo, l’industria energetica, la politica, il narcisismo delle élite, lo spettacolo, la comunicazione e persino la capacità dell’arte di intervenire sul reale. Iñárritu non procede mai per piccoli segni: ingrandisce, esaspera, sovrappone. Il risultato può essere travolgente ma anche estenuante. È proprio questo eccesso di artificio, di livelli narrativi e di dispositivi visivi a rappresentare, per una parte della critica, uno dei limiti maggiori dell’opera.
Sul piano visivo, però, è difficile negare al film una dimensione spettacolare. La fotografia di Emmanuel Lubezki, le scenografie di Dennis Gassner e la regia di Iñárritu costruiscono ambienti nei quali l’immagine non serve semplicemente a illustrare il racconto, ma diventa parte della sua idea di potere. Particolarmente significativa è la grande sequenza ambientata in un’assemblea europea, dove geometria, colore e disposizione dei personaggi trasformano lo spazio istituzionale in una sorta di teatro dell’assurdo.
Il paradosso di Digger è quindi che proprio ciò che potrebbe averne limitato l’accessibilità commerciale rappresenta anche la sua ragione d’interesse. Non è un film rassicurante, non è un nuovo veicolo action per Cruise e soprattutto non sembra interessato a distribuire equamente ragione e torto. È una farsa cupa nella quale tutti parlano mentre qualcosa, sotto la superficie, continua a cedere.
La critica internazionale lo ha accolto in maniera profondamente divisa. Una parte ne ha apprezzato l’ambizione, la forza visiva e la volontà di rischiare, mentre un’altra ne ha sottolineato la confusione, la ridondanza e una certa tendenza al compiacimento autoriale. Lo stesso Iñárritu ha ammesso che il film non è perfetto, difendendo però apertamente la scelta di realizzare un’opera capace di provocare reazioni forti invece di cercare un consenso indistinto.
Il problema del botteghino resta, naturalmente. Per un film con un investimento di queste dimensioni, un’apertura così debole non è un dettaglio e difficilmente potrà essere ignorata dall’industria. Ma successo commerciale e valore cinematografico non sono necessariamente la stessa cosa, soprattutto quando un progetto nasce precisamente per sottrarsi alle formule più prevedibili.
Forse il vero cortocircuito è altrove. Hollywood ha investito una cifra da blockbuster in un’opera d’autore che utilizza una delle più grandi star del pianeta per smontare proprio il meccanismo dell’eroe capace di aggiustare tutto. Ha venduto lo spettacolo e consegnato una satira. Ha messo al centro Tom Cruise, ma gli ha tolto la certezza della vittoria.
E il pubblico, almeno per ora, sembra non aver seguito.
Digger può essere irritante, ridondante, perfino compiaciuto. Ma possiede qualcosa che una parte consistente del cinema industriale contemporaneo sembra sempre meno disposta a rischiare: una personalità riconoscibile e la possibilità concreta di fallire. Anche fragorosamente.
Se davvero finirà per essere uno dei grandi flop economici del 2026, resterà allora una domanda più interessante del semplice conto degli incassi: Digger si è scavato la fossa da solo, oppure abbiamo semplicemente dimenticato quanto possa essere rischioso finanziare un film che non vuole piacere a tutti?
A cura della redazione di ONOFF MAG
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