Il nuovo film di Simon Stone apre il London Film Festival e riporta al centro Ian Charleson: un attore, un ruolo e la scelta di continuare a creare quando il tempo diventa fragile.
Ci sono ruoli che arrivano al momento giusto e altri che sembrano arrivare quando il tempo sta per finire. Per Ian Charleson, Amleto fu una promessa rimasta aperta, una sfida da ritrovare mentre la malattia restringeva le possibilità del corpo. Quella vicenda torna oggi al cinema con Elsinore, il film di Simon Stone interpretato da Andrew Scott, affiancato da Olivia Colman. Il 7 ottobre aprirà la settantesima edizione del BFI London Film Festival, in programma fino al 18 ottobre: un appuntamento che offre l’occasione di riscoprire una storia nella quale il teatro e la vita si incontrano senza possibilità di separarsi del tutto.
Il titolo rimanda al castello della tragedia di Shakespeare. Il centro del racconto, però, è un luogo reale: il National Theatre di Londra, dove Charleson interpretò il principe di Danimarca nel 1989, nella produzione diretta da Richard Eyre. Dietro quel nome shakespeariano c’è dunque una domanda molto concreta: che cosa significa continuare a salire sul palco quando il futuro, improvvisamente, non è più una certezza?
Molti spettatori conoscono Charleson attraverso Momenti di gloria e Gandhi. Il cinema ha conservato il suo volto e lo ha consegnato a un pubblico internazionale; il teatro custodisce una memoria diversa, fatta di presenze che non possono essere ripetute nello stesso modo. Una recita accade davanti a qualcuno, in una sera precisa. Quando finisce, restano testimonianze, fotografie, appunti e ricordi.
Charleson ricevette una diagnosi di HIV nel 1986 e morì di AIDS nel 1990. Il suo ultimo ruolo teatrale fu Amleto. Sono coordinate necessarie per comprendere la vicenda, ma una persona non si esaurisce nella cronologia della propria malattia. La presentazione ufficiale del film mette in primo piano anche il talento, l’ironia, i dubbi e i rapporti che accompagnano l’attore nella preparazione del ruolo.
È su questo terreno che un racconto biografico può trovare la propria forza: restituire a chi viene ricordato attraverso un finale la complessità di una vita. Nel caso di Charleson, significa tornare al lavoro, alle ambizioni, alla disciplina e al desiderio di essere riconosciuto per ciò che sapeva fare.
Esiste una testimonianza particolarmente preziosa per avvicinarsi a questa storia. Nel gennaio 1990 Ian McKellen scrisse un ricordo di Charleson, tornando alla rappresentazione del 13 novembre 1989. Era arrivato a teatro con la preoccupazione di un amico consapevole delle sue condizioni; descrisse invece un’interpretazione capace di rendere intimo il grande spazio dell’Olivier Theatre.
Nel suo racconto, Charleson non cercava di riempire l’auditorium alzando la voce. I monologhi diventavano conversazioni sulla vita e sulla morte. McKellen ne ricordava anche l’intelligenza e l’umorismo: qualità che restituivano ad Amleto una dimensione umana, oltre il dolore che siamo abituati ad associare al personaggio.
Quella testimonianza riguarda lo spettacolo del 1989, e ci aiuta a capire la materia storica alla quale il film si avvicina. Il punto più toccante è la possibilità di trovare, dentro condizioni difficilissime, una forma espressiva precisa. Un attore misura le proprie energie e le trasforma in presenza. Il pubblico vede un personaggio; chi conosce la sua storia percepisce anche il lavoro necessario per farlo esistere.
Affidare Charleson ad Andrew Scott crea un incontro interessante. Scott, conosciuto dal pubblico anche per All of Us Strangers e Ripley, ha interpretato a sua volta Amleto sui palcoscenici londinesi, come ricorda Simon Stone presentando il progetto. In Elsinore figura inoltre tra i produttori.
Il ruolo contiene più livelli: un attore contemporaneo interpreta un attore realmente esistito, impegnato a dare corpo a un personaggio che da secoli interroga la coscienza e la mortalità. Per chi guarda, questi livelli possono aprire una riflessione sul mestiere stesso dell’interpretazione: quanto della persona entra nel ruolo, e quanto il ruolo permette alla persona di trovare parole per ciò che sta vivendo?
Olivia Colman interpreta la dottoressa Margaret Johnson. La sinossi dell’AFI colloca accanto a Charleson le persone care, i colleghi del teatro e il sostegno medico. È una prospettiva che permette di leggere la vicenda anche attraverso la cura e i legami: il lavoro artistico appartiene a un individuo, ma si svolge dentro una comunità.
Stone porta al progetto un percorso che attraversa teatro, opera e cinema. Dopo The Dig, torna a un racconto nel quale una vicenda personale si lega a una memoria collettiva. La sceneggiatura è firmata da Stephen Beresford, autore di Pride; nel cast figurano anche Billie Piper, Johnny Flynn, Luke Thompson, Monica Dolan, Juliet Stevenson e Peter Mullan.
Per il cinema, raccontare il teatro significa affrontare una differenza fondamentale. Lo spettatore in sala teatrale sceglie dove guardare; sullo schermo l’inquadratura orienta la sua attenzione. Un gesto, un respiro, una pausa possono assumere un peso diverso. È una delle ragioni per cui Elsinore incuriosisce: offre l’occasione di osservare come una storia nata attorno alla presenza dal vivo possa essere tradotta nel linguaggio delle immagini.
La scelta del festival aggiunge un legame geografico alla presentazione: la première europea si terrà al Royal Festival Hall, a pochi passi dal National Theatre. Il film torna così vicino al luogo che custodisce una parte essenziale della sua storia.
L’uscita statunitense è annunciata in sale selezionate per il 20 novembre 2026, mentre quella britannica è prevista per il 29 gennaio 2027. Per l’Italia attendiamo una conferma ufficiale della data. Questo articolo accompagna l’attesa e il contesto del film: la valutazione dell’opera arriverà dopo la visione.
La vicenda di Charleson merita già adesso attenzione perché mette in relazione il tempo della vita e quello della creazione. A volte un ruolo offre una struttura dentro la quale raccogliere energie, paure e desideri. Il lavoro di un attore diventa allora anche una forma di relazione: con il personaggio, con i colleghi, con chi quella sera è venuto ad ascoltare. Elsinore riporta questa storia davanti a un nuovo pubblico e ci invita a ricordare un artista attraverso il suo bisogno di restare in scena.
A cura della redazione di ONOFF MAG
Founder & Director Claudio Napoli
Web Development SEA Stefano Albis
© www.ONOFFMAG.com