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Restare, quando tutto sembra fermo

Tienimi presente e il cinema come spazio di sospensione e verità

Ci sono film che non alzano la voce, non cercano l’effetto, non forzano il dramma. Tienimi presente, opera prima di Alberto Palmiero, appartiene con decisione a questa famiglia rara: racconta una crisi senza spettacolarizzarla, attraversa un passaggio di vita senza giudicarlo, e soprattutto trova nel cinema stesso — nel farlo, nel pensarlo, nel metterlo in discussione — il proprio vero tema.

Il punto di partenza è disarmante nella sua semplicità: un giovane regista, deluso e stanco, decide di tornare a casa. Non c’è fuga né sconfitta gridata, ma una sospensione. Un tempo intermedio in cui tutto sembra essersi fermato e, proprio per questo, qualcosa può ricominciare a muoversi. Palmiero interpreta se stesso con una naturalezza che non cerca complicità, ma verità. E questa scelta — rischiosa — diventa uno dei punti di forza del film.

Una generazione in controluce

Senza mai trasformarsi in manifesto, Tienimi presente intercetta un sentimento diffuso: quello di una generazione che si scopre “in ritardo” rispetto alle aspettative, proprie e altrui. Il film non offre soluzioni, non indica strade, non chiude cerchi. Preferisce restare nel dubbio, nell’ambivalenza, in quella zona grigia dove convivono desiderio e rinuncia, slancio e stanchezza. È proprio lì che Palmiero costruisce il suo racconto, fatto di piccoli gesti, dialoghi minimi, silenzi che parlano più delle parole.

La provincia non è mai caricatura, così come Roma — evocata più che mostrata — non diventa il luogo del sogno infranto. Tutto resta umano, quotidiano, credibile. Il ritorno a casa non è regressione, ma occasione di ascolto: dei genitori, degli amici, di sé stessi. E persino di un cane, presenza affettiva e concreta, che contribuisce a restituire al film una dimensione di vita vera, non simbolica.

Un cinema che respira

Dal punto di vista formale, Tienimi presente sceglie la sottrazione. La regia è asciutta, mai compiaciuta, e accompagna i personaggi senza sovrastarli. La fotografia lavora per prossimità, il montaggio rispetta i tempi interni delle scene, le musiche entrano con discrezione. Si ha spesso la sensazione che il film respiri insieme al suo protagonista, che ne segua l’andamento emotivo senza anticiparlo.

Questa scelta di intimità non è un limite, ma una dichiarazione di poetica. Palmiero non cerca il colpo di scena, ma la risonanza. E quando il film accenna al sogno — inteso sia come desiderio che come dimensione onirica — lo fa con leggerezza, lasciando spazio all’immaginazione dello spettatore.

Perché ci ha convinti

Ci ha colpito la sincerità del progetto, ma soprattutto il suo coraggio silenzioso. Tienimi presente non chiede attenzione: la merita. È un film che parla di cinema senza celebrarlo, che racconta una crisi senza vittimismi, che trova nell’ironia una forma di resistenza quotidiana. Un’opera prima che non ha paura di mostrarsi fragile, e proprio per questo risulta sorprendentemente solida.

In un panorama spesso affollato di storie urlate o costruite a tavolino, questo film sceglie la via più difficile: quella dell’ascolto. E ci ricorda che, a volte, fare cinema significa semplicemente restare presenti. A sé stessi. Agli altri. Al mondo.

IN SALA DAL 26 FEBBRAIO 
con ANTEPRIME a partire da domenica 8 FEBBRAIO 
distribuito da FANDANGO


A cura della redazione di ONOFF MAG

 Stefano Albis / Web Development SEA 

© www.ONOFFMAG.com

  • 29 gennaio 2026
  • Cinema
  • Roma
  • La Redazione
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