Giulio Regeni – Tutto il male del mondo non è un documentario d’inchiesta nel senso più convenzionale del termine, né un racconto true crime costruito sulla suspense. È piuttosto un film che sceglie il tempo lungo della memoria, dell’ascolto e della persistenza, affrontando uno dei casi più dolorosi e complessi della storia recente italiana senza scorciatoie narrative né semplificazioni emotive.
Regia di Simone Manetti, scritto con Emanuele Cava e Matteo Billi, il film è prodotto da Agnese Ricchi e Mario Mazzarotto per Ganesh Produzioni e da Domenico Procacci e Laura Paolucci per Fandango. Un impianto produttivo solido che sostiene un progetto delicato, complesso, e profondamente politico nel senso più alto del termine.
Raccontare la verità senza trasformarla in spettacolo
Il documentario ricostruisce, per la prima volta in modo organico, la verità giudiziaria sul sequestro, le torture e l’omicidio di Giulio Regeni, ricercatore italiano ucciso al Cairo nel 2016. Ma lo fa evitando ogni forma di sensazionalismo. La narrazione è affidata esclusivamente alle voci di chi ha vissuto questa vicenda sulla propria pelle: i genitori di Giulio, Paola Deffendi e Claudio Regeni, e l’avvocata Alessandra Ballerini, che li ha accompagnati nella lunga battaglia legale culminata nell’apertura del processo a Roma nel 2024.
Il film segue il percorso che va dalla scomparsa di Giulio, avvenuta il 25 gennaio 2016, fino agli sviluppi più recenti del procedimento giudiziario tuttora in corso, mostrando depistaggi, silenzi istituzionali, responsabilità mancate e il peso di una vicenda che ha rapidamente assunto una dimensione internazionale e diplomatica.
Uno sguardo intimo su una storia geopolitica
La forza del film sta nella sua scelta di partire dal privato per arrivare al pubblico. La tragedia di una famiglia diventa progressivamente la lente attraverso cui osservare un sistema più ampio: quello dei rapporti tra le democrazie occidentali e i regimi autoritari, degli equilibri economici che spesso prevalgono sui diritti umani, delle verità scomode che vengono lasciate in sospeso.
Il materiale d’archivio – mediatico, giudiziario, storico – non è mai illustrativo, ma immersivo. Le immagini non spiegano: accompagnano, riportando lo spettatore dentro il tempo degli eventi. La narrazione procede senza strappi, come un flusso continuo, costruendo tensione non attraverso colpi di scena ma attraverso l’accumulo dei fatti, delle omissioni, delle domande rimaste senza risposta.
Un film che non chiude, ma apre
Giulio Regeni – Tutto il male del mondo non cerca una conclusione rassicurante. Non offre soluzioni, non assolve, non consola. È un film che resta aperto, come lo è ancora oggi la ferita che racconta. La sua necessità sta proprio qui: nel ricordarci che la memoria non è un esercizio commemorativo, ma un atto politico e civile.
Un’opera che chiede allo spettatore di non limitarsi a guardare, ma di prendere posizione, trasformando una storia privata in una questione pubblica che continua a interrogarci.
Uscita nelle sale
a cura di Claudio Napoli,
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