Il 22 gennaio 2026 segna un punto di svolta nella stagione dei premi. Le nomination della 98ª edizione degli Academy Awards non si limitano a fotografare un’annata cinematografica particolarmente ricca, ma raccontano un’industria in trasformazione: generi che entrano nel canone “nobile”, attori che diventano simboli culturali, e film che si muovono tra mito, politica, corpo e spettacolo.
A dominare la scena è Sinners di Ryan Coogler, che entra direttamente nella storia con 16 nomination, il numero più alto mai raggiunto da un singolo film. Ma, accanto a questo colosso produttivo e simbolico, emerge con forza un titolo di natura completamente diversa: Marty Supreme di Josh Safdie, che porta Timothée Chalamet al centro della corsa come possibile miglior attore protagonista e come figura chiave del cinema americano contemporaneo.
Il record di Sinners: quando il cinema di genere diventa cinema “totale”
Con Sinners, Coogler firma un’opera che sfugge a qualsiasi definizione semplice. Ambientato nel Mississippi degli anni Trenta, il film intreccia elementi di horror, musical, racconto storico e critica sociale, costruendo un universo narrativo che mescola vampiri, blues, segregazione razziale e redenzione spirituale.
Le 16 nomination coprono l’intero spettro dell’Academy:
Il film supera così il precedente record di 14 candidature detenuto da titoli come Titanic e La La Land, segnando una svolta simbolica: per la prima volta, un’opera con forti radici nel cinema di genere conquista una centralità assoluta nel sistema dei premi.
Non è solo una vittoria per Coogler o per il cast, ma per un’idea di cinema che non separa più “intrattenimento” e “prestigio”. Sinners dimostra che il pubblico e l’Academy possono incontrarsi su un terreno comune fatto di ambizione estetica, forza politica e immaginario popolare.
La mappa dei favoriti: un’edizione corale
Accanto a Sinners, la corsa al Miglior Film si delinea come una delle più variegate degli ultimi anni. Tra i titoli candidati figurano:
È una lista che racconta un cinema globale, dove convivono grandi produzioni, autorialità radicale e narrazioni intimiste. Un panorama che riflette una Hollywood sempre più attenta alla diversità dei linguaggi e delle provenienze culturali.
Sul fronte attoriale, la sfida più osservata è quella per Miglior Attore Protagonista, con una cinquina che mette insieme stili e generazioni:
Timothée Chalamet (Marty Supreme), Michael B. Jordan (Sinners), Leonardo DiCaprio (One Battle After Another), Ethan Hawke (Blue Moon) e Wagner Moura (The Secret Agent).
Marty Supreme: il corpo dell’attore come campo di battaglia
Se Sinners rappresenta il cinema come grande macchina simbolica, Marty Supreme lavora nella direzione opposta: riduce il mondo a un corpo, a un volto, a una tensione costante.
Diretto da Josh Safdie, il film prende spunto dalla figura reale di Marty Reisman, leggendario campione di ping-pong e personaggio borderline dello sport americano, per costruire qualcosa che va ben oltre il biopic tradizionale. Non è un racconto celebrativo, ma una dissezione dell’ossessione per la supremazia, del bisogno di emergere, di imporsi, di diventare “qualcuno” in un sistema che divora i suoi eroi.
Chalamet non interpreta semplicemente un personaggio: lo incarna fisicamente. La postura al tavolo, il ritmo degli scambi, il respiro corto, il sudore, la nervosità dei gesti diventano parte integrante della narrazione. È un cinema del corpo, quasi coreografico, che trasforma una disciplina sportiva in una metafora esistenziale.
Tra mito e realismo nervoso
Lo stile di Safdie è riconoscibile: camera addosso ai personaggi, montaggio teso, una sensazione costante di instabilità. Ma in Marty Supreme questo linguaggio trova una dimensione più classica, quasi mitologica. Reisman diventa una figura che incarna il sogno americano nella sua versione più cruda: non l’ascesa patinata, ma la lotta continua per restare in cima, per non scomparire.
In questo senso, il film dialoga idealmente con Sinners. Entrambi parlano di personaggi che combattono contro forze più grandi di loro — sociali, storiche, simboliche — ma con strumenti opposti. Dove Coogler costruisce un universo narrativo espanso, Safdie stringe tutto attorno a un individuo, a una sola ossessione.
Chalamet e la consacrazione industriale
La nomination per Marty Supreme segna un passaggio chiave nella carriera di Timothée Chalamet. Non è più soltanto il volto generazionale capace di muoversi tra cinema d’autore e grandi franchise, ma un attore che l’Academy inizia a trattare come figura centrale del cinema americano.
Se dovesse vincere, il messaggio sarebbe chiaro: la nuova Hollywood non premia solo la trasformazione spettacolare o il grande apparato produttivo, ma anche la capacità di portare un film sulle spalle, di farlo vivere attraverso una presenza fisica e emotiva costante.
Un’Academy che cambia pelle
Le nomination di quest’anno raccontano un’istituzione in evoluzione:
È un’Academy che sembra voler riflettere non solo il cinema che si produce, ma anche il pubblico che lo guarda: più eterogeneo, più globale, più abituato a muoversi tra piattaforme, festival e sale.
Verso la notte degli Oscar
La cerimonia si terrà il 15 marzo 2026 al Dolby Theatre di Los Angeles, con Conan O’Brien alla conduzione. Ma la vera partita, come sempre, si giocherà nelle settimane precedenti: tra premi della critica, sindacati, festival e strategie di campagna.
Da una parte Sinners, con la sua potenza simbolica e produttiva. Dall’altra Marty Supreme, con la sua scommessa tutta centrata su un volto, un corpo, una performance. Due idee di cinema che si fronteggiano, e che raccontano perfettamente la tensione creativa di questo momento storico di Hollywood.
a cura di Claudio Napoli,
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