Il nuovo documentario 3D di Wim Wenders dedicato a Peter Zumthor trasforma l’architettura in un’esperienza sensoriale. Un film lungo, contemplativo e sorprendentemente leggero, capace di farci entrare fisicamente negli spazi di uno dei grandi maestri dell’architettura contemporanea.
Ci sono documentari di architettura che raccontano edifici, processi creativi e biografie. FROM INSIDE OUT – The Architecture of Peter Zumthor, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, sceglie invece una strada diversa: non vuole semplicemente mostrarci l’architettura di Peter Zumthor, vuole farcela attraversare.
Wim Wenders costruisce un film immersivo, lento nel senso migliore del termine, capace di lasciare allo spazio il tempo necessario per manifestarsi. Il risultato è un documentario di 114 minuti che potrebbe sembrare impegnativo sulla carta e che invece scorre con una naturalezza sorprendente. Non pesa mai. Al contrario, arrivati alla fine si ha quasi la sensazione che il viaggio possa continuare ancora.
Il motivo è probabilmente nella qualità dello sguardo. Wenders non usa l’architettura come oggetto da osservare, ma come materia cinematografica. Pareti, superfici, cemento, legno, pietra, aperture e percorsi diventano elementi di una composizione visiva nella quale la macchina da presa sembra continuamente interrogarsi su come occupiamo lo spazio e su come lo spazio, a sua volta, modifica la nostra percezione.
Uno degli elementi più riusciti del film è certamente il 3D. Wenders lo utilizza ancora una volta come linguaggio e non come attrazione tecnologica. Dopo esperienze come Pina e Anselm, il regista sembra avere raggiunto una particolare maturità nell'uso della stereoscopia: qui la tridimensionalità è presente, percepibile, a tratti molto potente, ma resta sempre estremamente delicata.
Non cerca mai di stupire attraverso oggetti che sembrano uscire dallo schermo. Al contrario, lavora soprattutto sulla profondità dello spazio, sulle distanze tra i piani, sul rapporto tra un corpo e un ambiente, sulla percezione fisica dei volumi.
Ed è difficile immaginare un soggetto più adatto.
L'architettura è per sua natura tridimensionale e la sua rappresentazione cinematografica presenta da sempre un limite: lo spettatore osserva uno spazio reale attraverso una superficie piatta. Il 3D di Wenders riduce questa distanza. Una scala acquista profondità, un corridoio diventa un percorso, una parete non è più soltanto una superficie ma qualcosa rispetto alla quale riusciamo quasi a percepire la nostra posizione.
È un 3D d'impatto proprio perché non vuole esserlo.
Al centro del film naturalmente c'è Peter Zumthor, premio Pritzker nel 2009 e una delle figure più rigorose e affascinanti dell'architettura contemporanea.
Le sue opere entrano immediatamente in un universo estetico fatto di essenzialità, materia, silenzio, proporzione e luce. C'è qualcosa di profondamente radicale nel suo modo di progettare. Gli edifici non sembrano cercare un'immagine iconica da imporre al paesaggio, ma sembrano piuttosto nascere lentamente dal luogo in cui si trovano.
È un'architettura che può parlare con grande forza a chi ama il minimalismo e una certa sensibilità brutalista, pur senza poter essere semplicemente classificata all'interno di quelle categorie. Il cemento, la pietra, il legno e le superfici lasciate vivere nella loro materialità non sono utilizzati come elementi decorativi ma come parte fondamentale dell'esperienza.
Zumthor sembra chiedersi continuamente che cosa significhi sentire un edificio, prima ancora che guardarlo.
Le celebri Therme Vals, il museo Kolumba di Colonia, la Bruder Klaus Field Chapel, lo Steilneset Memorial in Norvegia, le abitazioni private, gli spazi museali e i grandi progetti americani compongono nel film una sorta di atlante personale dell'architetto.
Non è però una successione di opere da manuale di architettura. Wenders evita quasi sempre la tentazione della catalogazione.
Gli edifici vengono osservati mentre vengono utilizzati, attraversati e abitati.
È forse questo uno degli aspetti più interessanti di FROM INSIDE OUT. L'architettura di Zumthor viene raccontata non soltanto attraverso il suo autore, ma attraverso chi vive quegli spazi.
Visitatori, abitanti, artigiani, artisti e lavoratori diventano parte della rappresentazione. La presenza umana permette continuamente di ristabilire la scala dell'architettura.
Un edificio vuoto può essere bellissimo, ma è la presenza di una persona che ci permette davvero di comprenderne le proporzioni, la temperatura emotiva, il ritmo.
Wenders sembra suggerire che non esista una vera architettura senza qualcuno che la attraversi.
Ed è probabilmente anche per questo che il titolo, FROM INSIDE OUT, acquista un significato particolarmente preciso. Il film prova a osservare gli edifici dall'interno verso l'esterno, partendo dall'esperienza più che dalla forma.
Il progetto nasce da un rapporto molto lungo tra Wenders e Zumthor. La collaborazione comincia nel 2012, quando Wenders realizza per la Biennale Architettura di Venezia il cortometraggio Notes From a Day in the Life of an Architect. Da quella esperienza nasce un progetto destinato a svilupparsi per oltre quattordici anni.
Questa lunga gestazione si sente nel film.
Alcuni edifici vengono osservati in momenti diversi, altri vengono seguiti durante la loro realizzazione. Il tempo diventa quindi parte integrante del racconto. L'architettura non appare come qualcosa di immobile, ma come un organismo che nasce, cambia, viene abitato e progressivamente acquista una propria identità.
Tra i progetti seguiti dal film c'è anche il grande intervento per il Los Angeles County Museum of Art, le David Geffen Galleries, uno dei lavori più ambiziosi della carriera di Zumthor.
Qui il cinema possiede qualcosa che la fotografia di architettura non può avere: il movimento e il tempo.
Wenders sfrutta entrambe le dimensioni con grande precisione.
Probabilmente la forza principale del film nasce dall'incontro tra due personalità artistiche che condividono una sensibilità simile.
Zumthor costruisce edifici cercando di eliminare tutto ciò che considera superfluo. Wenders filma quegli edifici con lo stesso rispetto.
Entrambi sembrano interessati alla presenza, più che alla rappresentazione.
Non c'è quasi mai la sensazione che il regista voglia sovrapporre il proprio stile a quello dell'architetto. Al contrario, la regia sembra mettersi al servizio degli spazi, cercando il punto di osservazione migliore per permettere allo spettatore di scoprirli autonomamente.
Anche la fotografia di Franz Lustig, insieme al lavoro stereoscopico e alla fotografia aggiuntiva di Sebastian Cramer, contribuisce in modo fondamentale a questa sensazione. Luce e profondità vengono trattate con grande misura e con un'attenzione quasi tattile alle superfici.
Il montaggio di Maxine Goedicke mantiene invece un ritmo contemplativo senza trasformarlo mai in lentezza gratuita.
È un equilibrio difficile.
Nelle note di regia, Wenders chiarisce di non voler realizzare un film didattico sull'architettura. Ed effettivamente FROM INSIDE OUT non lo è.
Non cerca di spiegare come dovremmo interpretare Zumthor.
Fa qualcosa di più interessante: modifica per due ore il nostro modo di guardare gli edifici.
Dopo aver visto il film, una porta, una parete, una finestra o il rapporto tra un edificio e il paesaggio sembrano improvvisamente elementi meno neutrali. Ci rendiamo conto di quanto lo spazio costruito condizioni ogni giorno i nostri comportamenti, le nostre emozioni e persino i nostri ricordi.
“We all live in houses”, ricorda Wenders.
Una frase apparentemente semplicissima che contiene, in fondo, l'intero film.
Passiamo gran parte della nostra vita dentro edifici, eppure molto raramente ci fermiamo davvero a osservarli.
FROM INSIDE OUT è uno di quei documentari nei quali forma e contenuto finiscono per coincidere quasi perfettamente.
L'architettura di Peter Zumthor, minimalista, materica, essenziale e profondamente legata ai luoghi, incontra un Wim Wenders che continua a esplorare le possibilità del cinema tridimensionale con una libertà che pochi altri registi hanno dimostrato.
Il 3D diventa così lo strumento ideale per avvicinarsi all'architettura, permettendo di percepire qualcosa che normalmente il cinema riesce soltanto a suggerire: la presenza fisica dello spazio.
È difficile stabilire dove finisca il merito dell'architetto e dove cominci quello del regista. Ed è probabilmente proprio questo il risultato migliore.
Perché alla fine non si ha la sensazione di aver assistito a una lezione su Peter Zumthor.
Si ha la sensazione di essere entrati nei suoi edifici.
E quando dopo 114 minuti arrivano i titoli di coda, sorprendentemente, dispiace uscire.
Claudio Napoli
FROM INSIDE OUT – The Architecture of Peter Zumthor
Regia e sceneggiatura: Wim Wenders
Con: Peter Zumthor e numerosi artisti, abitanti, progettisti e collaboratori
Direttore della fotografia: Franz Lustig
Fotografia aggiuntiva e stereografia: Sebastian Cramer
Montaggio: Maxine Goedicke
Second Unit Director: Donata Wenders
Durata: 114 minuti
Germania / Svizzera, 2026
Produzione: Road Movies, DCM, in collaborazione con Atelier Peter Zumthor
World Sales: HanWay Films
Distribuzione italiana: Lucky Red
Presentato alla 83. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia – Fuori Concorso
A cura della redazione di ONOFF MAG
Founder & Director Claudio Napoli
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