Il paradosso emerso a Venezia 83 è netto: mentre gli strumenti digitali diventano più potenti e dovrebbero rendere il lavoro più efficiente, produrre effetti visivi e mantenere operativa una struttura di post-produzione costa sempre di più. I ricavi rallentano, gli investimenti non possono fermarsi e gli aiuti alle imprese tecniche si riducono o restano incerti. Piero Costantini e Francesco Grisi Della Piè lanciano l’allarme su una crisi che rischia di indebolire uno dei settori più innovativi del cinema italiano.
La tecnologia dovrebbe ridurre tempi e costi. È la promessa che accompagna ogni nuova generazione di software, macchine e processi digitali. Nel mondo degli effetti visivi e della post-produzione, però, sta accadendo qualcosa di apparentemente contraddittorio: gli strumenti diventano più veloci e sofisticati, ma i costi industriali continuano ad aumentare. Non perché l’innovazione non funzioni, ma perché ogni avanzamento tecnologico innalza contemporaneamente le possibilità creative, le aspettative delle produzioni, la complessità delle immagini e il livello di specializzazione richiesto.
È questo il tema più urgente emerso dal panel Dove finisce il film. Post-produzione, digitale e creatività: l’infrastruttura strategica del cinema italiano, organizzato dall’Unione Imprese Tecniche ANICA l’8 settembre all’Italian Pavilion dell’Hotel Excelsior, nell’ambito della 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Dietro il titolo istituzionale dell’incontro è affiorato un problema molto concreto: una parte essenziale della filiera audiovisiva italiana sta affrontando una fase di forte difficoltà, stretta tra la contrazione del mercato, l’aumento dei costi e la mancanza di strumenti di sostegno sufficientemente stabili.
Ad aprire l’appuntamento è stato Alessandro Usai, presidente di ANICA, che ha richiamato l’attenzione su una parte della filiera ancora poco visibile, nonostante il suo peso strategico. La post-produzione, ha sottolineato, non è più soltanto un passaggio tecnico, ma uno dei luoghi nei quali si concentrano le trasformazioni più profonde dell’audiovisivo, a partire dall’intelligenza artificiale. Alla forza tradizionale dell’Italia, costituita da set, studi, location e maestranze, deve affiancarsi una capacità altrettanto solida nella dimensione digitale e virtuale. Il Paese deve saper accogliere le produzioni, ma anche governare tecnologie e nuovi processi creativi. Per riuscirci servono imprese capaci di utilizzare l’IA in modo professionale e rispettoso dei diritti, sostenute da investimenti e da una maggiore attenzione delle istituzioni.
Ricavi in discesa, costi che non si possono fermare
Il quadro più netto è arrivato dall’intervento di Piero Costantini, vicepresidente dell’Unione Imprese Tecniche ANICA e CEO di Mnemonica, che ha presentato un’analisi realizzata con il Centro Studi ANICA. I dati aggregati di un gruppo di imprese del comparto mostrano una dinamica preoccupante: dopo una fase di espansione, negli ultimi due anni il fatturato sarebbe diminuito di circa il 30 per cento, mentre i costi operativi non hanno seguito la stessa traiettoria e gli investimenti tecnologici hanno continuato a crescere.
Qui si trova il centro della crisi. Quando il lavoro diminuisce, una società di effetti visivi non può semplicemente mettere in pausa la propria struttura e riattivarla all’arrivo del film successivo. Deve conservare le persone, aggiornare le tecnologie, mantenere macchine, sistemi di sicurezza e certificazioni, continuare la ricerca e proteggere le competenze costruite nel tempo. Sono spese che non scompaiono durante una fase di vuoto produttivo.
«Una pipeline non si spegne e non si accende», ha sintetizzato Costantini: la capacità deve essere pronta prima che arrivi il progetto e deve sopravvivere nell’intervallo tra una lavorazione e l’altra.
La tecnologia, quindi, non elimina i costi: li trasforma e spesso li anticipa. Un nuovo strumento può velocizzare una singola operazione, ma richiede investimenti, sperimentazione, formazione e integrazione nei processi esistenti. Soprattutto, come ha osservato Costantini, il linguaggio audiovisivo cambia più velocemente dei tempi di ammortamento delle tecnologie.
Un’azienda può trovarsi costretta a rinnovare un sistema prima di aver recuperato completamente il costo di quello precedente, perché produzioni e pubblico chiedono immagini sempre più complesse, credibili e spettacolari.
L’efficienza ottenuta grazie al digitale non si traduce automaticamente in margini più ampi. Spesso viene assorbita da nuove richieste, revisioni più numerose, standard più elevati e lavorazioni che fino a pochi anni fa non sarebbero state neppure concepibili. L’effetto finale è paradossale: si produce di più e più velocemente, ma per restare competitivi bisogna investire continuamente. Quando il volume dei progetti diminuisce, l’intera struttura entra in sofferenza.
Gli effetti visivi cominciano prima delle riprese
Questa fragilità diventa ancora più evidente se si continua a considerare la post-produzione come l’ultimo passaggio del film. Oggi le imprese tecniche entrano nel processo già durante la sceneggiatura, quando bisogna valutare se una scena sia realizzabile e quale impatto possa avere sul budget. Il lavoro prosegue nella preparazione, decidendo cosa verrà girato fisicamente e cosa sarà costruito digitalmente, arriva sul set attraverso supervisione e virtual production e continua poi con montaggio, color correction, effetti visivi, suono, mastering e gestione dei contenuti.
Per questo Costantini sostiene che le imprese del settore non siano più semplici fornitrici di servizi, ma rappresentino l’infrastruttura tecnologica e il reparto di ricerca e sviluppo del cinema italiano. Il film non passa soltanto dalla post-produzione quando è ormai concluso: sempre più spesso nasce anche al suo interno. Eppure il sistema di sostegno continua prevalentemente a ragionare per singola opera, senza tenere adeguatamente conto della capacità industriale che deve esistere e rinnovarsi durante tutto l’anno.
La parte del film che può partire più facilmente
Alla crisi interna si aggiunge la competizione internazionale. L’Italia riesce ad attrarre grandi produzioni grazie alle location, alle maestranze e agli incentivi, ma la finalizzazione rimane la parte del budget più semplice da trasferire altrove. Un film può essere girato interamente nel nostro Paese e completato in Gran Bretagna, Belgio, Canada o in qualsiasi altro territorio che offra maggiore convenienza e, soprattutto, maggiore certezza.
Costantini l’ha definita efficacemente «l’unica voce del budget che ha le ruote». Il set, gli alberghi, i trasporti e buona parte delle maestranze devono trovarsi nel luogo delle riprese; dati, immagini ed effetti visivi possono invece essere spostati senza cambiare una sola giornata del piano di lavorazione. Si può quindi attrarre una produzione straniera e perdere ugualmente proprio la fase nella quale si concentra una parte importante dell’innovazione, del lavoro qualificato e del valore economico dell’opera.
A ricondurre il confronto a una prospettiva industriale è stato Daniele Taddei, presidente dell’Unione Imprese Tecniche ANICA, che ha sintetizzato la sfida nello slogan “Finishing in Italy”:
«La sfida non è semplicemente portare produzioni in Italia, ma fare in modo che il valore prodotto da quelle produzioni rimanga in Italia».
Il successo delle politiche di attrazione non può essere misurato soltanto attraverso il numero dei set ospitati: bisogna considerare anche dove il film viene montato, sonorizzato e finalizzato. La post-produzione non è una semplice voce di costo, ma un asset industriale capace di generare innovazione, competitività e occupazione qualificata. L’obiettivo è fare dell’Italia non soltanto il luogo nel quale un film viene girato, ma anche quello nel quale assume la sua forma definitiva.
Secondo i preventivi comparati presentati durante l’incontro, il problema non sarebbe la scarsa competitività delle imprese italiane. A parità di lavorazioni, i costi risultano sostanzialmente allineati a quelli di alcuni dei concorrenti internazionali più forti. La differenza si concentra nel costo del lavoro qualificato e nel modo in cui intervengono gli incentivi. Pochi punti percentuali di vantaggio, tuttavia, non bastano a convincere una produzione se non esiste la certezza che le condizioni inserite oggi nel budget saranno ancora valide quando la spesa verrà sostenuta.
Il Regno Unito, concorrente diretto dell’Italia, ha rafforzato gli strumenti dedicati agli effetti visivi, riconoscendo la particolare mobilità di queste lavorazioni. Il modello belga, richiamato da Costantini, mostra invece l’efficacia di meccanismi prevedibili e capaci di mobilitare investimenti privati. Non conta soltanto la percentuale nominale dell’aiuto: conta la fiducia nel sistema, la rapidità delle procedure e la possibilità di programmare un progetto che può durare due o tre anni.
Francesco Grisi: aiutare una struttura significa sostenere centinaia di film
L’intervento di Francesco Grisi Della Piè, CEO di EDI – Effetti Digitali Italiani, ha tradotto questa analisi nella realtà quotidiana delle aziende. Per realizzare effetti visivi servono tre elementi: persone, macchine e competenze. Sono anche tre voci di costo che un’impresa deve continuare a sostenere quando le commesse rallentano, perché perdere professionisti specializzati o interrompere l’aggiornamento tecnologico significa compromettere la possibilità di affrontare il progetto successivo.
Grisi ha insistito soprattutto sul diverso effetto prodotto dagli aiuti pubblici. Una risorsa destinata a una singola opera sostiene quel film; la stessa risorsa investita nell’innovazione e nella capacità di un’impresa tecnica permette invece alla struttura di lavorare su decine o centinaia di progetti.
«I soldi dei contribuenti non devono servire soltanto a fare un film, ma a creare un’industria capace di farne centinaia», ha spiegato, sottolineando il valore moltiplicatore di un sostegno rivolto alle tecnologie e alle professionalità.
Il problema non è soltanto la quantità degli aiuti, ma la loro continuità. Grisi lavora con molte produzioni straniere e ha raccontato come una delle prime domande dei clienti riguardi inevitabilmente il tax credit: quale percentuale è prevista e, soprattutto, si può essere certi che rimanga disponibile? In assenza di una risposta affidabile, l’impresa italiana si trova ad “arrampicarsi sugli specchi” per rassicurare chi dovrebbe investire diversi milioni di euro nel Paese.
L’incertezza diventa un costo aggiuntivo e può annullare la competitività costruita attraverso le competenze. Se il beneficio non è prevedibile, il rischio viene trasferito sulla produzione, sul cliente internazionale o sulla stessa azienda tecnica. E quando un altro Paese offre condizioni più stabili, spostare la post-produzione è molto più semplice che trasferire un intero set.
Nella conclusione, Grisi ha sottolineato con amarezza la limitata presenza delle istituzioni al panel, proprio mentre il settore avrebbe bisogno di interlocutori capaci di trasformare queste indicazioni in decisioni operative. Ha quindi rivolto un appello anche ai giornalisti presenti, chiedendo loro di portare il problema all’attenzione della politica. Interventi relativamente piccoli e poco costosi, ha spiegato, potrebbero rendere l’industria molto più solida e produrre benefici a cascata non soltanto per le imprese tecniche, ma per produttori, professionisti e lavoratori dell’intera filiera.
La crisi degli aiuti: da 12 milioni a un milione
Nella parte conclusiva del suo intervento, Costantini ha richiamato un dato che dà alla discussione il senso di un vero allarme: nell’ultimo anno le risorse del tax credit destinate alle industrie tecniche sarebbero passate da circa 12 milioni a un milione di euro. Una riduzione drastica proprio mentre le imprese devono sostenere investimenti tecnologici sempre più elevati e affrontare un mercato in rallentamento.
Il credito destinato alla produzione si accende quando parte un film e termina con quell’opera. I costi delle industrie tecniche, invece, continuano per tutto l’anno. Per questo Costantini ha indicato la necessità di una programmazione pluriennale e di una base strutturale di sostegno che consenta alle aziende di attraversare le fasi negative senza smantellare reparti, disperdere competenze e interrompere la ricerca. Non si tratta di finanziare macchinari fini a sé stessi, ma di conservare una capacità produttiva che deve essere disponibile quando un film nazionale o internazionale sceglie l’Italia.
Anche Andrea Di Nardo, CEO di Laser Film, ha richiamato la sproporzione tra gli investimenti richiesti per competere a livello internazionale e le dimensioni del mercato italiano. Le aziende del settore devono confrontarsi con strutture attive a Parigi, Londra, New York, Dubai o Los Angeles e sostenere investimenti tecnologici comparabili, pur lavorando all’interno di un mercato domestico molto più piccolo.
«È una fatica per noi gigantesca rimanere competitivi», ha osservato Di Nardo, ricordando che il problema degli incentivi non riguarda soltanto il loro ammontare, ma anche la certezza degli importi e, soprattutto, dei tempi.
Edoardo Luini, responsabile del reparto audio di Cinecittà, ha invece riportato l’attenzione sulle persone e sulla formazione. Un software può essere installato in poche ore, mentre formare un professionista, costruire una squadra, trasferire conoscenze e rendere un’azienda competitiva sul piano delle competenze richiede anni e continuità. È un passaggio decisivo anche nell’epoca dell’intelligenza artificiale: l’IA aumenta la velocità e la potenza degli strumenti, ma rende ancora più importante il patrimonio di conoscenze necessario a governarli.
Per questo, ha sottolineato Luini, «la formazione deve essere considerata una leva industriale», non un costo accessorio. Le competenze acquisite attraverso un progetto, soprattutto quando si lavora con produzioni internazionali, non si esauriscono con la consegna del film: rimangono nell’impresa e diventano capitale produttivo per le lavorazioni successive.
Il messaggio emerso a Venezia è dunque meno rassicurante di quanto potrebbe suggerire la celebrazione dell’eccellenza tecnologica italiana. Le competenze ci sono, le aziende sono competitive e il mercato internazionale riconosce la qualità del lavoro, ma questa capacità rischia di essere erosa da una combinazione pericolosa: fatturati in calo, costi in crescita, innovazione sempre più rapida e sostegni insufficienti o imprevedibili.
La domanda non è soltanto dove finisca un film. È se, nelle condizioni attuali, alcune imprese italiane riusciranno a essere ancora presenti quando arriverà il prossimo.