Serpenti sorprende perché prende una strada che il cinema italiano percorre raramente. Lo fa nel tono, nella scrittura, nella recitazione e soprattutto nella scelta di affrontare un tema drammaticissimo come il femminicidio attraverso il grottesco, il paradosso e la black comedy. Lo abbiamo visto al Lido e ne siamo usciti entusiasti, non soltanto perché è un film riuscito, ma perché ha il coraggio di sottrarsi a molti automatismi del cinema italiano contemporaneo.
Non c’è un naturalismo rassicurante, non c’è una struttura narrativa convenzionale e non c’è il bisogno di accompagnare continuamente lo spettatore per mano. Il film sceglie invece il rischio e costruisce un universo assurdo ma riconoscibile, nel quale la comicità non attenua la gravità del tema, ma la rende ancora più evidente. È proprio questa scelta a renderlo così forte e interessante.
La premessa è folgorante. Paolo Marra ha ucciso sua moglie, ma non fugge, non cerca un alibi e non prova a nascondersi. Travolto dal senso di colpa decide di andare in commissariato e costituirsi, convinto che la cosa più naturale sia essere arrestato, pagare per ciò che ha fatto e riconoscere fino in fondo la gravità del proprio gesto. Ma accade qualcosa di assurdo: nessuno sembra volerlo prendere sul serio.
Poliziotti distratti, avvocati, cavilli burocratici e personaggi sempre più surreali trasformano quella che dovrebbe essere una confessione drammatica in una vera odissea dell’assurdo. È qui che il film trova subito la propria identità, sostenuto da una sceneggiatura che nasce da un soggetto di Damiano e Fabio D’Innocenzo ed è scritta dagli stessi D’Innocenzo insieme a Roberto De Paolis Maino. La scrittura è feroce, spiazzante, capace di muoversi continuamente tra realismo e deformazione grottesca, senza paura di essere scomoda.
La cosa più difficile che riesce al film è probabilmente quella di farci ridere partendo da qualcosa su cui apparentemente non si potrebbe ridere. Ed è importante precisare che il femminicidio non diventa mai materia comica e la vittima non viene mai ridicolizzata: a diventare grottesco è tutto ciò che circonda il delitto, dall’indifferenza alla burocrazia, fino all’incapacità di riconoscere davvero la gravità di ciò che è accaduto.
Il commissariato si trasforma così progressivamente in una rappresentazione in miniatura della società, un luogo in cui il problema non è soltanto che nessuno riesca ad arrestare Paolo, ma che lentamente sembra quasi che l’uccisione di una donna non sia abbastanza importante da interrompere il normale funzionamento delle vite degli altri. È un rovesciamento molto forte, perché il film smette presto di raccontare soltanto un assassino e comincia a raccontare tutto ciò che gli sta intorno: un sistema capace di convivere, rimuovere e normalizzare la violenza.
Al centro di tutto c’è Leonardo Lidi, e la sua interpretazione è uno degli elementi più riusciti del film. Il suo Paolo Marra è contemporaneamente patetico, inquietante, fragile, ridicolo e terribile. Era facilissimo sbagliare il tono di un personaggio simile, trasformandolo in un mostro distante oppure, al contrario, cercando una forma di comprensione che avrebbe finito per attenuare la gravità del suo gesto. Lidi non fa né l’una né l’altra cosa e rimane costantemente sospeso in una zona di ambiguità che rende il personaggio molto più interessante.
Il suo doppio percorso di attore e regista teatrale sembra particolarmente congeniale a un film che costruisce molta della propria forza sui tempi, sulle pause, sul corpo e sulla precisione quasi scenica delle interpretazioni. Lidi lavora moltissimo con gli sguardi, con i silenzi, con i tempi di reazione e con una fisicità sempre controllata. È una recitazione che non cerca mai l’effetto evidente e proprio per questo riesce a diventare così incisiva.
C’è nel film anche una componente quasi teatrale che contribuisce molto alla sua forza. Non soltanto per la presenza di Leonardo Lidi, ma per il modo stesso in cui Roberto De Paolis Maino costruisce lo spazio, i dialoghi e i rapporti tra i personaggi. Gran parte del film vive all’interno del commissariato, che finisce per trasformarsi quasi in un palcoscenico dell’assurdo, attraversato da entrate e uscite, incontri, contrasti e improvvisi cambi di tono.
Questa componente teatrale però non appesantisce mai il film. Al contrario, la regia la trasforma continuamente in cinema attraverso il montaggio, la fotografia, gli sguardi e la gestione dello spazio. È anche da questo equilibrio che nasce quella sensazione di straniamento che rende il film così diverso da molto cinema italiano contemporaneo: a tratti sembra muoversi come una pièce, ma mantiene sempre una costruzione visiva e ritmica pienamente cinematografica.
Una delle cose che abbiamo apprezzato maggiormente è proprio la direzione complessiva degli attori. Alessandro Borghi, Pietro Castellitto e Valeria Golino entrano progressivamente nell’universo di Paolo senza mai rompere il tono del film. Ognuno costruisce un personaggio apparentemente normale e contemporaneamente leggermente fuori asse, e questa sottile deformazione contribuisce a rendere il mondo del film credibile e assurdo nello stesso momento.
La comicità nasce spesso da una precisione assoluta: uno sguardo, una pausa, una risposta data con totale serietà nel momento più improbabile. Nessuno sembra voler “recitare la commedia”, ed è proprio questo a rendere molte situazioni così efficaci. Il cast lavora tutto sullo stesso registro, senza forzature, e si sente chiaramente un lavoro di regia molto attento nel tenere insieme interpretazioni diverse senza perdere mai l’equilibrio generale.
Il film convince anche sotto il profilo formale. La fotografia di Gianluca Rocco Palma, il montaggio di Paola Freddi, le musiche originali di Vittorio Giampietro e la scenografia di Elisabetta Zanini contribuiscono alla costruzione di un mondo progressivamente sospeso, quasi separato dalla realtà esterna. Il commissariato diventa una specie di universo chiuso, uno spazio mentale prima ancora che fisico, dove il protagonista si muove come dentro un meccanismo che sembra continuamente respingerlo.
Anche il montaggio partecipa a questa sensazione di instabilità. La struttura non cerca continuamente di rispettare le aspettative dello spettatore, devia, introduce personaggi e situazioni che sembrano progressivamente allontanarsi dal racconto realistico e costruisce un ritmo molto particolare. È una delle ragioni per cui il film lascia una sensazione così diversa rispetto a molto cinema italiano contemporaneo: non sente il bisogno di spiegarsi continuamente, non teme di essere strano, disturbante o divisivo.
Naturalmente il punto più delicato è la decisione di affrontare il tema del femminicidio attraverso una black comedy. È una scelta molto rischiosa, ma proprio perché il film non ride mai della vittima il dispositivo funziona. La violenza contro le donne non viene trasformata in spettacolo e il delitto è già accaduto quando il film comincia; quello che interessa al racconto è ciò che viene dopo: il senso di colpa, la responsabilità, la giustificazione, la rimozione e soprattutto la normalizzazione.
Il paradosso diventa allora quasi politico: un uomo che ha assassinato sua moglie deve lottare affinché qualcuno riconosca che ha commesso qualcosa di terribile. È assurdo, ma è proprio attraverso questa assurdità che il film riesce a parlare di qualcosa di estremamente serio. La comicità diventa così uno strumento per mostrare l’indifferenza, l’abitudine e la capacità di una società di assorbire anche ciò che dovrebbe invece produrre una frattura.
Al di là del tema, della sceneggiatura e delle interpretazioni, la sensazione più forte che ci ha lasciato il film è quella di un cinema italiano che prova davvero a rischiare. Non necessariamente vorremmo vedere altri film simili a questo, ma vorremmo vedere più spesso opere capaci di inventarsi una propria grammatica, di contaminare i generi, di accettare la possibilità di dividere il pubblico e di non cercare continuamente la riconoscibilità.
È forse proprio per questo che siamo usciti dalla proiezione così entusiasti. Il film è vivo, intelligente, feroce, divertente, scomodo e soprattutto imprevedibile. E trovare oggi nel cinema italiano qualcosa che riesca ancora realmente a sorprendere è già moltissimo.
Presentato nella sezione Venezia Spotlight dell’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, il film dura 93 minuti e arriverà nelle sale italiane dal 10 settembre, distribuito da Be Water Film in collaborazione con Europictures. Ci auguriamo che il suo percorso veneziano possa portargli anche un riconoscimento, perché tra i film italiani visti finora alla Mostra è certamente uno di quelli che vorremmo vedere premiati.
Il film è prodotto da Paco Cinematografica e Be Water Film, con Isabella Cocuzza e Arturo Paglia per Paco Cinematografica e Mattia Guerra per Be Water Film.
Regia: Roberto De Paolis Maino
Soggetto: Damiano e Fabio D’Innocenzo
Sceneggiatura: Damiano e Fabio D’Innocenzo, Roberto De Paolis Maino
Con: Leonardo Lidi, Alessandro Borghi, Pietro Castellitto, Valeria Golino
Fotografia: Gianluca Rocco Palma
Montaggio: Paola Freddi
Musiche: Vittorio Giampietro
Scenografia: Elisabetta Zanini
Produzione: Paco Cinematografica, Be Water Film
Prodotto da: Isabella Cocuzza e Arturo Paglia per Paco Cinematografica; Mattia Guerra per Be Water Film
Distribuzione: Be Water Film in collaborazione con Europictures
Durata: 93 minuti
Sezione: Venezia Spotlight – Venezia 83
Al cinema: 10 settembre 2026
A cura della redazione di ONOFF MAG
Founder & Director Claudio Napoli
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