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Wild Horse Nine, McDonagh firma uno dei film più forti di Venezia 83

John Malkovich e Sam Rockwell dominano una black comedy brillante, oscura e sorprendentemente profonda. Una sceneggiatura straordinaria che cresce scena dopo scena e mette subito il film tra i titoli più forti della Mostra.

Wild Horse Nine arriva a Venezia con il peso di un grande cast, il nome di Martin McDonagh e aspettative inevitabilmente alte. Ma dopo la proiezione delle 9 in Sala Darsena, davanti a una platea composta soprattutto da accreditati stampa e industry, la sensazione è che il film riesca non soltanto a rispettarle, ma in molti momenti a superarle.

È un film estremamente solido, scritto con una precisione rara, interpretato magnificamente e capace di cambiare progressivamente tono senza mai perdere il controllo della propria identità.

Una sala conquistata fin dai primi minuti

I primi venti minuti sono accompagnati da risate continue. La platea entra immediatamente nel ritmo del film e nei dialoghi di McDonagh, costruiti con quella combinazione di ironia, assurdo e improvvisa ferocia che è ormai uno dei marchi del regista.

Poi la risata cambia gradualmente natura.

Non scompare. Si continua a ridere, ma meno apertamente. Il sorriso prende spesso il posto della risata mentre la storia inizia ad approfondire i personaggi e a mostrare ciò che inizialmente aveva soltanto lasciato intuire.

Ed è uno degli aspetti più riusciti del film: Wild Horse Nine non cambia improvvisamente registro. Cresce.

La commedia resta sempre presente, ma sotto la superficie cominciano ad apparire tensioni, dubbi e contraddizioni che modificano progressivamente il modo in cui guardiamo i protagonisti.

Una sceneggiatura straordinaria

È soprattutto la scrittura di Martin McDonagh a impressionare.

Chris e Lee, i due agenti CIA interpretati da John Malkovich e Sam Rockwell, non vengono spiegati allo spettatore nei primi minuti. Li conosciamo poco alla volta, attraverso azioni, conversazioni, omissioni e continue piccole rivelazioni.

Il loro carattere, il passato, le fragilità e soprattutto la sincerità di quello che raccontano emergono progressivamente.

Una scena può modificare il significato di quella precedente. Un personaggio che sembrava immediatamente leggibile acquista improvvisamente una diversa complessità. Un dialogo apparentemente comico può diventare, pochi minuti dopo, la chiave per comprendere qualcosa di molto più serio.

Il film non presenta i suoi personaggi: ce li fa scoprire.

Ed è proprio questo processo di conoscenza progressiva a rendere la sceneggiatura così efficace.

McDonagh non anticipa le risposte e non semplifica mai i rapporti. Lascia che sia lo spettatore a costruire lentamente la propria interpretazione.

È una scrittura sofisticata senza essere mai ostentata, e probabilmente uno degli elementi che potrebbero portare Wild Horse Nine direttamente nella discussione per il Premio per la migliore sceneggiatura della Mostra.

John Malkovich, una prova da Coppa Volpi

Poi c’è John Malkovich.

La sua interpretazione è semplicemente formidabile.

Malkovich lavora continuamente sulla sottrazione: una pausa, un sorriso appena accennato, uno sguardo o un leggerissimo cambiamento della voce diventano parte della costruzione del personaggio.

Non forza mai una scena. Non cerca mai di dimostrare quanto sia bravo.

Ed è proprio per questo che finisce per dominarla.

È un’interpretazione costruita sulla precisione, capace di mantenere il personaggio costantemente sospeso tra ironia, malinconia, ambiguità e qualcosa di più oscuro.

Se il livello delle interpretazioni di Venezia 83 resterà questo, è difficile non considerare Malkovich uno dei candidati più forti alla Coppa Volpi.

Sam Rockwell, il contrappunto perfetto

Accanto a lui Sam Rockwell è altrettanto fondamentale.

I due hanno ritmi completamente differenti e proprio questa diversità genera gran parte dell’energia del film.

Rockwell è più fisico, nervoso, imprevedibile. Malkovich sembra invece controllare ogni movimento. Quando sono insieme, anche una semplice conversazione diventa una scena.

Gran parte del piacere di Wild Horse Nine nasce proprio dall’ascoltarli parlare.

I dialoghi rimangono pungenti e originali anche quando il film si allontana dalla comicità più evidente. Il sorriso continua ad accompagnare la visione perché McDonagh non rinuncia mai al piacere della battuta e del paradosso.

Attorno ai due protagonisti, Steve Buscemi, Mariana Di Girolamo, Ailín Salas, Tom Waits e Parker Posey completano un cast di altissimo livello.

La CIA e il Cile del 1973

La storia si svolge poco prima del colpo di Stato cileno del settembre 1973.

Chris e Lee vengono inviati da Santiago all’Isola di Pasqua dal loro capo sezione MJ, interpretato da Steve Buscemi. Qui i due agenti, partner di lunga data, devono confrontarsi con il loro passato mentre Chris entra in relazione con due studentesse ribelli, interpretate da Mariana Di Girolamo e Ailín Salas.

Il film non è una ricostruzione storica tradizionale e non vuole diventare una lezione sul golpe cileno.

La storia politica è piuttosto il terreno sul quale McDonagh costruisce la propria domanda morale: quanto possiamo realmente separarci dalle conseguenze delle nostre azioni?

È qui che il film diventa progressivamente più profondo.

La comicità resta, ma inizia a convivere con qualcosa di più inquieto.

Rapa Nui, molto più di una location

L’Isola di Pasqua non è utilizzata semplicemente come sfondo spettacolare.

Rapa Nui diventa parte della struttura narrativa del film.

Il paesaggio è aperto, luminoso, quasi irreale, ma contemporaneamente produce una sensazione crescente di isolamento.

McDonagh ha sempre saputo trasformare i luoghi in estensioni psicologiche dei personaggi: Bruges in In Bruges, l’isola di Gli spiriti dell’isola, ora Rapa Nui.

Anche qui l’isola diventa una sorta di spazio mentale nel quale i protagonisti sembrano progressivamente incapaci di sfuggire al proprio passato.

Una fotografia di grande eleganza

La fotografia di Ben Davis è uno degli altri elementi forti del film.

Le immagini hanno una grande eleganza ma non diventano mai decorative. Il paesaggio, gli interni, la luce e i colori accompagnano continuamente la trasformazione del racconto.

Il film possiede una qualità visiva molto controllata e una notevole coerenza stilistica.

Il montaggio di Mikkel E. G. Nielsen contribuisce alla fluidità con cui il tono evolve, mentre le musiche di Carter Burwell accompagnano la storia senza sovraccaricarla. La squadra tecnica comprende inoltre Denis Schnegg alla scenografia e Simon Hughes agli effetti visivi. (labiennale.org)

Due possibili premi: sceneggiatura e Coppa Volpi

È naturalmente presto per immaginare i premi finali della Mostra, ma dopo questa proiezione due possibilità vengono quasi spontaneamente in mente.

La prima è Martin McDonagh per la migliore sceneggiatura.

La seconda è John Malkovich per la Coppa Volpi.

Sono proprio i due elementi che più emergono dal film: una scrittura che riesce a far evolvere continuamente personaggi e tono, e un’interpretazione che sembra trovare il punto perfetto tra misura e intensità.

E il regolamento veneziano consente, in una circostanza eccezionale prevista per una sola volta, che la Coppa Volpi possa essere assegnata a un interprete di un film già premiato in un’altra categoria.

Quindi, almeno teoricamente, una sceneggiatura a McDonagh e una Coppa Volpi a Malkovich non sarebbero incompatibili.

È presto per trasformare una suggestione in pronostico, ma è difficile uscire dalla Darsena senza pensarci.

Uno dei film più forti visti finora

Wild Horse Nine è soprattutto un film che dà una sensazione molto rara: quella di essere completamente controllato dal proprio autore.

Ogni scena sembra avere una ragione precisa. Ogni dialogo aggiunge qualcosa. Ogni personaggio evolve senza bisogno di essere spiegato.

Il film parte facendo ridere, continua facendo sorridere e progressivamente costringe a guardare più attentamente quello che sta accadendo.

Non perde mai il piacere della commedia, ma utilizza quel piacere per portarci molto più lontano.

Ed è proprio questa capacità di tenere insieme leggerezza, oscurità, intelligenza e grande recitazione a rendere Wild Horse Nine uno dei film più forti passati finora a Venezia 83.

Se la Mostra è anche il luogo dove cercare film capaci di restare oltre il momento della proiezione, quello di McDonagh ha già tutte le caratteristiche per riuscirci.


Scheda

Titolo: Wild Horse Nine
Regia e sceneggiatura: Martin McDonagh
Cast: John Malkovich, Sam Rockwell, Steve Buscemi, Mariana Di Girolamo, Ailín Salas, Tom Waits, Parker Posey
Fotografia: Ben Davis
Montaggio: Mikkel E. G. Nielsen
Musiche: Carter Burwell
Durata: 118 minuti
Produzione: Regno Unito, USA, Cile
Distribuzione italiana: Searchlight Pictures
Uscita italiana: 5 novembre 2026.

Tag

Martin McDonagh, Wild Horse Nine, John Malkovich, Sam Rockwell, Steve Buscemi, Tom Waits, Parker Posey, Mariana Di Girolamo, Ailín Salas, Venezia 83, Mostra del Cinema di Venezia, Festival di Venezia 2026, Searchlight Pictures, Ben Davis, Carter Burwell, Mikkel E. G. Nielsen, CIA, Cile, golpe cileno, Salvador Allende, Rapa Nui, Isola di Pasqua, black comedy, Coppa Volpi, migliore sceneggiatura, cinema internazionale

  • 03 settembre 2026
  • Cinema
  • Venezia
  • Claudio
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