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Tutti al cinema per vedere quanto è brutto: lo strano caso di Niu Lai

Tutti al cinema per vedere quanto è brutto: lo strano caso di Niu Lai

Niu Lai, il film d’animazione “bruttissimo” che in Cina ha sbancato. Ecco perché

Realizzato in cinque anni da un giovane autore insieme alla madre, con immagini rudimentali e una narrazione quasi incomprensibile, Niu Lai sembrava destinato a scomparire. Poi Internet lo ha trasformato in un fenomeno culturale e in una piccola rivolta contro il cinema troppo perfetto.

C’è un vitellino che tenta faticosamente di reggersi sulle zampe. Ci sono animali modellati con una grafica tridimensionale primitiva, movimenti rigidi, paesaggi spogli e dialoghi pronunciati con pause interminabili. La trama procede per incontri, pericoli e deviazioni non sempre comprensibili. A tratti sembra un film d’animazione incompiuto, a tratti il prototipo di un videogioco realizzato più di vent’anni fa.

Eppure Niu Lai — titolo traducibile come Arriva il bue o Il bue sta arrivando — è diventato uno dei casi cinematografici più sorprendenti dell’estate cinese.

Uscito nelle sale il 5 agosto 2026 senza una vera campagna pubblicitaria, senza un trailer e praticamente senza materiali promozionali, nei primi dieci giorni aveva incassato poco più di 7.700 yuan: circa mille euro, con meno di trecento spettatori in tutto il Paese. Un risultato che sembrava decretarne la definitiva scomparsa.

Poi qualcuno ha cominciato a pubblicarne online alcune immagini, accompagnandole con una domanda irresistibile: «Ma quanto può essere brutto?».

In pochi giorni la curiosità si è trasformata in un’ondata virale. I video sono circolati su Weibo, Douban e Xiaohongshu, sono arrivati i meme, le recensioni ironiche, le valutazioni a cinque stelle date per scherzo e gli inviti ad andare al cinema per assistere personalmente al disastro. Al 20 agosto il film aveva superato l’equivalente di quattro milioni di dollari al botteghino, arrivando nelle classifiche giornaliere immediatamente dietro a una produzione da 225 milioni di dollari come Spider-Man: Brand New Day. Un confronto che racconta bene l’assurdità del fenomeno. Reuters

Un film costruito da due persone

Dietro Niu Lai non c’è un grande studio d’animazione. Il film, della durata di circa 86 minuti, è stato realizzato in cinque anni da Xin Yumeng insieme alla madre, Sun Lifan, che lo ha aiutato nella scrittura e nella produzione.

Due persone per un lungometraggio animato: un’impresa che spiega almeno in parte l’aspetto rudimentale dell’opera.

Xin Yumeng si è occupato praticamente di tutto: regia, animazione, montaggio, suono e anche di alcune voci. La società di produzione, secondo quanto riportato dalla stampa cinese, deriverebbe inoltre da una precedente attività nel campo dell’arredamento e della ristrutturazione d’interni.

La storia segue un vitellino appena nato, fragile e incapace di stare in piedi, nel viaggio di una mandria alla ricerca di pascoli migliori. Incontra un cucciolo di leopardo e attraversa una serie di situazioni legate all’amicizia, alla paura, al coraggio, alla perdita e alla sopravvivenza. Ma la struttura narrativa è talmente confusa da aver alimentato interpretazioni surreali: forse ciò che vediamo è realmente accaduto, forse è soltanto un sogno.

Sul piano tecnico, il film appare effettivamente lontanissimo dagli standard dell’animazione contemporanea. I modelli sono elementari, le texture pixelate, le inquadrature statiche e le sequenze d’azione goffe. Gli effetti sonori sembrano spesso inseriti senza una precisa relazione con quello che avviene sullo schermo.

Uno spettatore cinese ha scritto sui social che definirlo brutto sarebbe «un insulto ai film brutti». Ma è proprio qui che comincia la parte interessante della storia.

Dal fallimento al meme collettivo

Niu Lai non è diventato un successo nonostante la sua bruttezza. È diventato un successo proprio grazie alla sua bruttezza.

Il meccanismo è quello ormai conosciuto del “so bad it’s good”: un’opera talmente imperfetta da oltrepassare la semplice mediocrità e trasformarsi in un’esperienza involontariamente comica. Ma in questo caso si è aggiunto qualcosa di più.

Andare a vedere Niu Lai è diventato un rito collettivo. Gli spettatori entrano in sala sapendo già di assistere a un film disastroso, aspettano insieme i momenti più assurdi, ridono, commentano e filmano le reazioni. La proiezione non viene vissuta come un normale spettacolo cinematografico, ma quasi come una performance interattiva.

La sala torna così a essere un luogo sociale: un pubblico di sconosciuti condivide lo stesso scherzo e partecipa alla costruzione del fenomeno. Il film, da solo, probabilmente non funzionerebbe. Funziona perché intorno a esso si è formata una comunità temporanea.

La cattiva qualità diventa un linguaggio comune, mentre il biglietto acquistato rappresenta il diritto di prendere parte al meme.

Una ribellione contro la perfezione

Ridurre tutto alla curiosità per un film brutto, però, non basta.

Il successo di Niu Lai arriva in un momento nel quale il cinema e l’animazione sono dominati da immagini levigate, campagne di marketing gigantesche e prodotti costruiti attraverso formule sempre più riconoscibili. Anche opere tecnicamente impeccabili finiscono spesso per assomigliarsi.

Il piccolo film di Xin Yumeng è l’esatto contrario. Non possiede una strategia commerciale, non segue gli standard estetici dell’industria e non sembra neppure pienamente consapevole delle proprie anomalie. È sgraziato, ingenuo e ostinatamente personale.

Per una parte del pubblico più giovane questa imperfezione è diventata paradossalmente una prova di autenticità. Dietro quelle immagini povere si percepiscono due persone che, senza grandi risorse, hanno tentato di portare a termine un progetto evidentemente superiore alle loro possibilità.

In un’epoca nella quale l’intelligenza artificiale può produrre in pochi secondi immagini tecnicamente seducenti, Niu Lai mostra tutti i segni della fatica umana: errori, limiti, ingenuità e ostinazione. Non è necessariamente un manifesto contro l’AI, ma il pubblico lo ha trasformato anche in questo: una reazione ironica alla quantità crescente di contenuti sintetici, perfetti in superficie e intercambiabili nella sostanza.

La sua bruttezza appare irripetibile. E proprio perché non sembra progettata da un algoritmo per incontrare il gusto del pubblico, viene percepita come qualcosa di vivo.

Quando l’algoritmo premia ciò che dovrebbe distruggere

C’è naturalmente un paradosso. La rivolta contro l’estetica algoritmica è stata resa possibile proprio dagli algoritmi delle piattaforme.

Le prime critiche hanno generato visualizzazioni. Le visualizzazioni hanno prodotto nuove recensioni, parodie e imitazioni. La curiosità ha spinto le persone nelle sale e l’aumento degli incassi ha creato nuove notizie, alimentando ulteriormente la circolazione del film.

È il cortocircuito tipico dell’economia dell’attenzione: una recensione negativa può diventare più efficace di una campagna pubblicitaria, perché indignazione, ironia e incredulità si diffondono più rapidamente di un giudizio moderato.

Intorno al film sono apparsi giocattoli, maschere, cosplay, poster disegnati a mano e parodie create con l’intelligenza artificiale. Persino alcune società cinesi contenenti nel nome la parola “bue” hanno registrato rialzi in Borsa, tanto da provocare un richiamo contro la speculazione irrazionale da parte di una pubblicazione legata alla Banca centrale cinese.

A quel punto Niu Lai aveva già smesso di essere soltanto un film. Era diventato un segno da interpretare, imitare e trasformare in merce.

Un successo che non assolve il film

Naturalmente, l’affetto nato intorno all’opera non cancella le critiche. Una parte della stampa cinese si è domandata come un prodotto così lontano dagli standard professionali sia riuscito a ottenere una distribuzione commerciale. Il Beijing News ha parlato apertamente della necessità che cinema e distributori difendano una soglia minima di qualità, evitando che il clamore online sostituisca qualsiasi valutazione artistica. Beijing News

Il rischio è che il successo economico venga interpretato come una legittimazione del dilettantismo o che altri tentino di riprodurre artificialmente la stessa formula. Ma Niu Lai non offre una ricetta replicabile. Un film realizzato intenzionalmente per apparire brutto perderebbe proprio quella sincerità che ha reso questo caso così particolare.

Il vero contenuto dell’opera, in fondo, non è la storia del vitellino. È il modo in cui il pubblico ha deciso di guardarla.

Niu Lai racconta una fase nella quale il valore culturale di un film non è più determinato soltanto dalle immagini che contiene, ma anche dalle conversazioni, dai meme e dai comportamenti che riesce a generare. Può essere cinematograficamente disastroso e, nello stesso momento, socialmente potentissimo.

Non è il trionfo di un nuovo modello di animazione. È la dimostrazione che, davanti a un’industria ossessionata dalla perfezione, anche un’opera sbagliata in quasi tutto può diventare sorprendentemente necessaria.

A cura della redazione di ONOFF MAG
Founder & Director Claudio Napoli
Web Development SEA Stefano Albis
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  • 20 agosto 2026
  • Cinema
  • Roma
  • La Redazione
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