A New York abbiamo visto il film di Christopher Nolan all’AMC Lincoln Square, su uno schermo alto come un palazzo di otto piani. Immagine e suono eccezionali, biglietti introvabili e proiezioni che nei weekend continuano anche durante la notte. Ma il vero fenomeno è forse un altro: vedere una nuova generazione di spettatori mettere la sveglia alle cinque del mattino per andare al cinema a vedere un film ispirato a Omero.
NEW YORK — Ci sono film che si vedono e film che, prima ancora di essere giudicati, devono essere vissuti. Vedere The Odyssey di Christopher Nolan all’AMC Lincoln Square 13 di New York, proiettato in autentico IMAX 70mm 15/70, appartiene decisamente alla seconda categoria.
È difficile separare il film dall’esperienza della sua proiezione. Lo schermo gigantesco, l’immagine che si sviluppa fino al rapporto IMAX 1.43:1, la presenza fisica della pellicola e soprattutto un sistema audio di impressionante potenza trasformano la visione in qualcosa che va oltre il normale spettacolo cinematografico. Non è semplicemente vedere un film più grande. È un altro modo di vivere il cinema.
Nolan ha costruito il film pensando esplicitamente alla grande sala. È il primo lungometraggio girato interamente con cineprese IMAX a pellicola, risultato reso possibile anche dall’introduzione di nuove macchine più leggere e sensibilmente più silenziose.
Visto nelle condizioni per cui è stato concepito, il risultato è eccezionale. Quando l’immagine utilizza l’intera superficie IMAX nel rapporto 1.43:1, lo schermo sembra quasi perdere i propri confini. Non si osserva più semplicemente un grande rettangolo davanti a sé: l’immagine occupa una parte enorme del campo visivo.
E al Lincoln Square la parola “enorme” assume un significato molto concreto. Lo schermo misura circa 31 metri di larghezza per 23 metri di altezza, dimensioni che ne fanno uno degli schermi cinematografici più grandi degli Stati Uniti e uno dei luoghi di riferimento mondiale per l’IMAX 70mm.
Ventitré metri di altezza sono un numero difficile da visualizzare: è come sedersi davanti alla facciata di un palazzo di circa otto piani completamente trasformata in immagine. È soprattutto la verticalità a sorprendere chi è abituato agli attuali schermi panoramici. Il formato 1.43:1 è molto più alto del 16:9 televisivo e soprattutto del 2.39:1 cinematografico. Quando Nolan sfrutta l’intera superficie disponibile, paesaggi, mare, cieli, volti e corpi non sembrano semplicemente diventare più grandi: entrano nello spazio dello spettatore.
Se l’immagine impressiona, il suono è altrettanto eccezionale. Non accompagna semplicemente ciò che accade sullo schermo: occupa la sala. Le frequenze più basse diventano fisiche, mentre musica, mare, voci, rumori e impatti costruiscono uno spazio sonoro che sembra estendersi oltre i confini dell’immagine.
In alcuni momenti non si ha più soltanto la sensazione di ascoltare qualcosa: lo si percepisce attraverso il corpo e attraverso la poltrona. Ed è proprio l’unione tra questa enorme superficie visiva e la dimensione sonora a rendere la proiezione in IMAX 70mm radicalmente differente dalla visione dello stesso film in una sala convenzionale. È un altro modo di vedere e ascoltare un film.
Il vero IMAX 70mm 15/70 è profondamente diverso dal 70mm cinematografico tradizionale. La pellicola scorre orizzontalmente attraverso il proiettore e ogni fotogramma occupa quindici perforazioni. La superficie fotografica disponibile per ogni singola immagine è enorme rispetto al 35mm e sensibilmente superiore anche al normale 70mm 5-perf.
È una tecnologia analogica diventata rarissima. Per il film sono soltanto 41 le sale nel mondo nelle quali è possibile assistere alla proiezione IMAX 70mm su pellicola. Una di queste è proprio l’AMC Lincoln Square di New York.
Ed è qui che la tecnologia comincia a intrecciarsi con qualcosa di forse ancora più interessante: il pubblico.
Provare a comprare normalmente due biglietti per una proiezione IMAX 70mm al Lincoln Square significa rendersi conto di quanto questo titolo sia diventato un evento. Gli spettacoli sono stati presi d’assalto con mesi di anticipo e trovare due buoni posti vicini può diventare quasi un’impresa. Nei weekend la richiesta ha portato a una programmazione che arriva praticamente a coprire l’intero arco delle 24 ore, mentre durante la settimana le proiezioni si susseguono dalla mattina fino alla tarda serata.
Noi di ONOFFMAG siamo stati particolarmente fortunati. Continuando a controllare la disponibilità abbiamo intercettato una disdetta: improvvisamente sono ricomparsi due biglietti per lo spettacolo delle 6 del mattino. Li abbiamo presi al volo.
Siamo arrivati al Lincoln Square mentre New York stava appena cominciando a svegliarsi. Poco prima del nostro ingresso dalla sala era appena uscito il pubblico della proiezione notturna precedente. Un gruppo lasciava il cinema all’alba mentre un altro si preparava a entrare: una sorta di passaggio di testimone cinematografico nel cuore di Manhattan. Un cinema che non dorme, nella città che non dorme.
La sorpresa è stata scoprire che anche alle sei del mattino la gigantesca sala IMAX aveva raccolto spettatori pronti ad affrontare quasi tre ore di film. Alle sei del mattino non si va al cinema per abitudine: ci si va perché si vuole vedere quel film, in quella sala e in quel formato.
Quello che sta accadendo al Lincoln Square non è un fenomeno isolato. La corsa ai biglietti per vedere il film nel vero IMAX 70mm interessa le pochissime sale attrezzate nel mondo. La disponibilità limitata ha trasformato alcune proiezioni quasi in una destinazione cinematografica, con spettatori disposti a spostarsi da una città all’altra — e in alcuni casi da un Paese all’altro — per vedere il film nel formato voluto da Nolan.
Il fenomeno era iniziato addirittura prima dell’uscita: una prima tranche di biglietti IMAX 70mm messa in vendita con circa un anno di anticipo era stata rapidamente esaurita. La richiesta è poi continuata con l’arrivo del film nelle sale, trasformando le 41 location IMAX 70mm quasi in una rete mondiale di luoghi di pellegrinaggio cinematografico.
È significativo che nell’epoca della disponibilità immediata di qualsiasi contenuto ci siano spettatori disposti a organizzare il proprio tempo — e persino un viaggio — intorno a una specifica modalità di proiezione.
Ma c’è un altro elemento che rende il fenomeno ancora più interessante. I numeri sono quelli di una gigantesca produzione hollywoodiana e il film sta ottenendo risultati commerciali straordinari a livello internazionale. Eppure, almeno nel senso tradizionale al quale il cinema contemporaneo ci ha abituato, non è il blockbuster più facile da immaginare.
Possiede certamente il budget, le star e la spettacolarità di una grande produzione hollywoodiana. Ma non è un cinecomic, non è il nuovo episodio di un universo cinematografico costruito negli ultimi vent’anni e non nasce da un videogioco o da una property contemporanea progettata per generare sequel.
Alla sua origine c’è Omero.
Un poema composto quasi tremila anni fa, uno dei testi fondativi della cultura occidentale, trasformato da Nolan in uno spettacolo cinematografico di quasi tre ore. È certamente cinema spettacolare, ma è anche un film impegnativo, stratificato, leggibile a diversi livelli e non necessariamente immediato per qualsiasi spettatore.
Ed è proprio qui che l’esperienza delle sei del mattino al Lincoln Square ci ha mostrato qualcosa che le cifre del box office non riescono completamente a raccontare.
Vedere tanti ragazzi accorrere alla proiezione di Spider-Man appartiene ormai al nostro immaginario. Vederli arrivare alle sei del mattino per assistere a un film ispirato all’Odissea di Omero è qualcosa di decisamente meno prevedibile.
Naturalmente un’impressione vissuta in una singola sala non può diventare una statistica generazionale e sarebbe eccessivo sostenere che Nolan stia da solo cambiando il rapporto delle nuove generazioni con il cinema. Ma quello che abbiamo visto personalmente rimane significativo: ragazzi molto giovani avevano messo la sveglia nel cuore della notte per raggiungere Lincoln Square e sedersi davanti a uno schermo IMAX 70mm per quasi tre ore. Poco prima altri spettatori erano usciti dalla proiezione notturna.
Forse il film sta allora suggerendo qualcosa che l’industria cinematografica tende qualche volta a dimenticare: il pubblico giovane non deve necessariamente essere raggiunto semplificando il cinema. Può accadere anche il contrario. Si può chiedere allo spettatore attenzione, tempo e curiosità. Si può partire da Omero, costruire un’opera spettacolare ma non necessariamente immediata e affidarsi alla forza delle immagini, del racconto e della sala cinematografica. E il pubblico può rispondere.
Da anni si sostiene che il pubblico non voglia più andare al cinema. Streaming, televisori sempre più grandi, smartphone e piattaforme on demand sembravano indicare una direzione inevitabile: il cinema sarebbe progressivamente diventato un contenuto da consumare ovunque.
The Odyssey racconta qualcosa di diverso. Il pubblico non sembra aver perso il desiderio della sala. Forse ha semplicemente bisogno di una ragione sufficientemente forte per andarci.
E quando quella ragione esiste, migliaia di persone prenotano con mesi di anticipo, attraversano una città, organizzano un viaggio. Qualcuno mette persino la sveglia nel cuore della notte. Tutto questo per avere un’immagine migliore, un suono migliore e soprattutto un’esperienza che non può essere replicata altrove.
Quando scorrono i titoli di coda sono ormai circa le nove e trenta del mattino (prima del film ci sono 25 min di trailer) . Le luci si riaccendono lentamente e usciamo dalla sala. Fuori, New York è completamente sveglia. Tre ore prima, arrivando al Lincoln Square, avevamo incrociato gli ultimi spettatori della proiezione notturna; adesso siamo noi a uscire, mentre il cinema si prepara ancora una volta a riempire quello schermo alto come un palazzo di otto piani. Una proiezione finisce e un’altra sta per cominciare.
Forse l’immagine che ci rimarrà maggiormente di questa mattina non è soltanto una delle spettacolari immagini create da Nolan. È quella del pubblico: ragazzi arrivati alle sei del mattino, persone che controllano per giorni il sito nella speranza di trovare una disdetta, spettatori disposti a raggiungere una delle pochissime sale capaci di proiettare il film nel formato IMAX 70mm. Tutto questo per un film di quasi tre ore ispirato a un poema scritto quasi tremila anni fa.
Ed è difficile non vedere qualcosa di straordinario in questa immagine. Forse il cinema non deve necessariamente diventare più veloce, più breve e più semplice per parlare alle nuove generazioni. Forse deve tornare a essere abbastanza grande da far venire voglia di raggiungerlo. Anche alle sei del mattino.
Usciamo dal Lincoln Square. Il sole è già alto tra i palazzi di Manhattan, mentre dietro di noi, nel buio della sala, un altro pubblico sta per prendere il nostro posto. Le luci si abbassano, il gigantesco schermo torna a riempirsi e per altre tre ore qualcuno dimenticherà che fuori è già cominciata la giornata.
Il cinema, invece, non si è mai fermato.