GOOD BOY
Il thriller disturbante di Jan Komasa che mette in discussione il concetto di libertà
Arriva in sala il 6 marzo, distribuito da Filmclub Distribuzione e Minerva Pictures, GOOD BOY, il nuovo film di Jan Komasa, regista polacco candidato all’Oscar® nel 2020 per Corpus Christi.
Con un cast potente composto da Stephen Graham, Andrea Riseborough e Anson Boon, il film si presenta come un thriller psicologico teso e inquietante, ma sotto la superficie si muove come una fiaba nera, crudele e provocatoria.
La trama: educare o annientare?
Tommy è un diciannovenne fuori controllo. Droga, violenza, eccessi. Una vita vissuta senza freni e senza direzione. Dopo una notte di baldoria si separa dal gruppo di amici e viene rapito.
Si risveglia incatenato nel seminterrato di una villa isolata. La famiglia che lo tiene prigioniero – Chris (Graham), la moglie Kathryn (Riseborough) e il figlio Jonathan – non è composta da sadici improvvisati. Al contrario: hanno un progetto.
Vogliono “curarlo”.
Vogliono trasformarlo in un bravo ragazzo.
La violenza non è fine a sé stessa: è pedagogia.
Il rapimento diventa un esperimento morale.
La casa, una prigione travestita da nucleo familiare.
Tommy si trova davanti a una scelta radicale: adattarsi al sistema per sopravvivere o rischiare tutto per fuggire. Ma quando la coercizione si traveste da amore, il confine tra vittima e colpevole diventa sempre più ambiguo.
Komasa e la zona grigia della moralità
Jan Komasa non è nuovo a storie che mettono in crisi l’identità individuale. In Corpus Christi indagava la fede e la colpa; in The Hater esplorava manipolazione e radicalizzazione nell’era digitale.
Con Good Boy entra in un territorio ancora più disturbante: la libertà come peso.
Il regista lo spiega con una domanda semplice e destabilizzante:
“In un mondo affamato di attenzione, la libertà è ancora desiderabile se nessuno ti vede? Sceglieremmo l’autonomia in solitudine o preferiremmo rinunciare alla libertà per il conforto di cure costanti?”
È una provocazione potentissima, soprattutto in un’epoca in cui la visibilità sembra coincidere con l’esistenza stessa. Komasa costruisce un racconto che oscilla tra amore e tirannia, tra silenzio e violenza, con un umorismo nero che mescola sensibilità britannica e polacca.
Non c’è giudizio morale esplicito.
C’è un esperimento.
Un trio di interpreti in stato di tensione permanente
Stephen Graham lavora per sottrazione: il suo Chris non è un villain caricaturale, ma un uomo convinto di fare la cosa giusta. È proprio questa convinzione a renderlo inquietante.
Andrea Riseborough costruisce una figura ambigua, fragile e allo stesso tempo complice, mentre Anson Boon dà a Tommy un’energia caotica e vulnerabile che evita ogni stereotipo del “ragazzo perduto”.
Il risultato è un equilibrio teso, claustrofobico, dove lo spazio domestico diventa teatro psicologico.
Una fiaba dark sul controllo
Good Boy è, in fondo, una parabola contemporanea.
Parla di genitorialità deviata.
Parla di società che vogliono normalizzare.
Parla di sistemi che chiamano “cura” ciò che è controllo.
Non è solo un thriller. È una riflessione sul desiderio umano di essere accettati, guidati, protetti — anche a costo della propria autonomia.
Komasa dimostra ancora una volta di essere un autore capace di interrogare il presente senza offrire risposte rassicuranti.
E forse la vera domanda che il film lascia allo spettatore non riguarda Tommy, ma noi:
Quanto siamo disposti a sacrificare della nostra libertà pur di sentirci al sicuro?
A cura della redazione di ONOFF MAG
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