I numeri pubblicati da Eurostat sull’uso dell’intelligenza artificiale generativa nel 2025 raccontano una fotografia dell’Europa divisa in due. Da una parte Paesi che hanno già integrato questi strumenti nella vita quotidiana; dall’altra Stati che faticano ancora a considerarli parte del presente.
L’Italia è, purtroppo, tra questi ultimi.
Secondo i dati ufficiali, solo circa un italiano su cinque (19,9%), nella fascia tra i 16 e i 74 anni, ha utilizzato strumenti di AI generativa negli ultimi tre mesi. Un valore che colloca il nostro Paese al penultimo posto nell’Unione Europea, davanti soltanto alla Romania. La media UE, nello stesso periodo, si attesta al 32,7%.
Non si tratta di una semplice differenza statistica: è uno scarto strutturale.
Dove l’AI è già normalità
In diversi Paesi europei l’AI generativa non è più percepita come una novità, ma come uno strumento ordinario:
• Danimarca: quasi metà della popolazione la utilizza regolarmente
• Estonia e Malta: percentuali molto simili, superiori al 46%
Qui l’AI è entrata nei flussi di lavoro, nella formazione, nei servizi, nella creatività. Non come promessa futura, ma come pratica quotidiana.
Un ritardo che non è tecnologico
Il dato italiano colpisce soprattutto perché non ha cause tecniche. Gli strumenti sono gli stessi ovunque: piattaforme accessibili, spesso gratuite, funzionanti allo stesso modo a Roma come a Copenaghen o San Francisco.
Il nodo non è la mancanza di tecnologia né di regole. L’Italia è stata tra i primi Paesi europei a dotarsi di un quadro normativo nazionale sull’intelligenza artificiale.
Il problema è un altro.
Cultura, competenze, fiducia
Il ritardo italiano affonda le radici in una combinazione ormai nota:
• competenze digitali mediamente basse
• scarsa presenza dell’AI nei percorsi educativi
• utilizzo limitato nei contesti professionali
• un clima di sospetto che accompagna ogni innovazione
Nel dibattito pubblico, l’AI viene spesso raccontata come rischio, minaccia, problema da contenere. Molto meno come strumento da comprendere, governare e usare.
Il risultato è una popolazione che osserva il cambiamento da lontano, mentre altrove lo sta già attraversando.
Parlare di soluzioni, non solo di paure
L’intelligenza artificiale generativa non è una moda passeggera né un tema per addetti ai lavori. È già parte dell’economia, della comunicazione, della produzione culturale. Continuare a rimandare l’adozione significa perdere competitività, opportunità e capacità di incidere sul suo sviluppo.
Serve un cambio di paradigma:
• alfabetizzazione diffusa
• formazione trasversale
• sperimentazione responsabile
• un racconto pubblico meno allarmista e più concreto
Perché l’AI non si governa evitandola, ma imparando a usarla.
E per l’Italia, ancora una volta, la vera domanda non è se la tecnologia arriverà. È se sapremo farci trovare pronti o se questa sarà l’ennesima occasione mancata.
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intelligenza artificiale, AI generativa, innovazione culturale, competenze digitali, Europa, Italia, Eurostat, futuro del lavoro, tecnologia e società
A cura della redazione di ONOFF MAG
a cura di Claudio Napoli,
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