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Pontifex: il ponte che ci manca

Pontifex: il ponte che ci manca

Pontifex
di Daniele Ciprì
Rossella Brescia, Cesare Bocci e Gianni Rosato nella Roma dove il sacro prende forma

Durante la Festa del Cinema di Roma arriva Pontifex, il nuovo lavoro di Daniele Ciprì, un film che attraversa il Giubileo mettendo al centro un interrogativo antico come l’uomo: dove abita la speranza?

Al centro della scena tre figure simboliche: Rossella Brescia è la Speranza, Cesare Bocci interpreta il Mondo, Gianni Rosato dà corpo al Suicida. Attorno a loro un flusso di immagini d’archivio, materiali legati ai luoghi della Misericordia e una lunga intervista a Monsignor Rino Fisichella, che affronta con lingua diretta e rigorosa i temi del nostro presente: la vita, la fragilità, il dolore, persino la tecnologia e l’intelligenza artificiale. Il risultato è un cinema che non predica ma interroga, che osserva i vuoti e ci chiede di abitarli.

Pontifex non racconta una storia: la mette in scena dentro ciascuno di noi. Il dispositivo di Ciprì è essenziale: fondale nero, fasci di luce che scolpiscono i personaggi, silenzi che diventano parola, un montaggio che alterna la materia del reale alla carnalità del simbolo. Nel buio, la Speranza non è una metafora: è un corpo che ci chiama.

Tra queste immagini sospese, la voce degli attori ci riporta alla sostanza del film. Gianni Rosato ci racconta l’esperienza dall’interno, con la sincerità di chi ha attraversato una zona rischiosa, priva di appigli.

Intervista a Gianni Rosato – Pontifex

In “Pontifex” interpreti uno dei personaggi simbolici che danno corpo al dialogo tra la Speranza, il Suicida e il Mondo. È una parte che va oltre la semplice recitazione: un ruolo che si muove tra spiritualità, dolore e redenzione. Come ti sei preparato per incarnare un concetto così universale, e non solo un personaggio?
«In Pontifex interpreto il “Suicida”, un uomo che ha smesso di credere — non solo in Dio, ma anche in sé stesso. È una creatura svuotata, che non trova più senso nel vivere.
Per costruirlo mi sono affidato completamente a Daniele Ciprì.
Lui è un regista raro: visionario, generoso, capace di ascoltare e di guidarti dentro l’immagine con uno sguardo poetico e concreto insieme.
Con Daniele Ciprì non si recita: si respira.
Non abbiamo preparato il personaggio in anticipo: lo abbiamo costruito sul set, giorno dopo giorno, come un rito. È stato un viaggio interiore, più che una recitazione.»

Daniele Ciprì è un autore che trasforma il silenzio in linguaggio. Che tipo di relazione si è creata sul set?
«Sì, durante una delle riprese più dure, quando il silenzio era quasi insopportabile.
Con Ciprì il vuoto non è mai un’assenza: è un linguaggio. I suoi silenzi parlano di solitudine, ma anche di grazia.
Lavorando a Pontifex, ho capito che anche un gesto minimo — un respiro, uno sguardo basso — può diventare spirituale.
La “Speranza”, interpretata da Rossella Brescia, non è solo un personaggio: è una presenza che ti spinge a guardarti dentro.
Pontifex parla a chi crede e a chi non crede. È un film che non offre risposte, ma ti costringe a porti le domande giuste.»

Guardando oggi al progetto finito, che cosa racconta questo film del nostro tempo?
«Il mio personaggio è un ponte tra la disperazione e la possibilità di rinascere.
Nel film dialoga con la Speranza (Rossella Brescia) e con il Mondo (Cesare Bocci), mentre al centro di tutto, c’è l’intervista a Monsignor Fisichella, che affronta temi enormi — libertà, intelligenza artificiale, fede, misericordia.È un film che racconta la fame di senso che attraversa tutti noi.
Viviamo immersi nell’informazione, ma poveri di significato.
La speranza non è attesa: è atto d’amore.
Per me è fiducia, connessione, ascolto interiore.
È credere che qualcosa dentro di noi non sia mai del tutto perduto.»In un’epoca in cui tutto viene semplificato, Pontifex sceglie la complessità. Non teme il mistero, non teme il dubbio. Ci chiede di sostare nel punto più fragile: quello in cui riconosciamo che senza un ponte — qualunque nome gli vogliamo dare — rischiamo di restare dall’altra parte del senso.

Un cinema in sottrazione, che diventa preghiera visiva. Un film che non consola, ma accompagna.
E a volte è più di ciò che ci aspettiamo dal cinema.

A cura della redazione di ONOFF MAG

  • 13 ottobre 2025
  • Cinema
  • Roma
  • La Redazione
  • Festa del Cinema di Roma
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